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Israele e Iran, guerra segreta: il ministro conferma agenti del Mossad sul territorio iraniano

Un ministro israeliano rivela che agenti del Mossad sono già attivi in Iran, riaccendendo i riflettori sulla guerra segreta tra Gerusalemme e Teheran.

La dichiarazione del ministro del Amihai Eliyahu ha acceso timori di conflitto in Medio Oriente. In una diretta radiofonica a Galei Tzahal, l’emittente militare israeliana, Eliyahu ha annunciato che agenti dei servizi segreti israeliani sono già operativi in Iran. Le sue parole, insolite per la schiettezza con cui sono state espresse, suggeriscono l’esistenza di uno scontro sotterraneo continuo tra Gerusalemme e Teheran.

Il ministro si è riferito a una recente campagna militare che Israele avrebbe condotto in Iran, soprannominata “Operazione Rising Lion”. “Quando abbiamo attaccato l’Iran, eravamo sul loro suolo e sapevamo come preparare il terreno per un attacco”, ha spiegato, aggiungendo subito dopo: “Posso assicurarvi che abbiamo alcune nostre persone che operano proprio in questo momento”. Ha quindi chiarito che tali operazioni hanno finalità difensive: non mirano a rovesciare il regime di Teheran, ma a impedire che l’Iran possa minacciare Israele.

Negli ultimi anni Israele ha condotto una vera e propria “guerra ombra” contro Teheran. Diversi attacchi sul suolo iraniano sono stati attribuiti dai media iraniani ai servizi segreti di Tel Aviv: dal virus informatico Stuxnet del 2010, che ha rallentato le centrifughe di Natanz, alle misteriose esplosioni del 2020 nello stesso sito. Numerosi scienziati iraniani legati al nucleare sono stati assassinati con bombe o colpi a distanza, tra i casi più noti il fisico Masoud Ali Mohammadi (2010) e il generale Mohsen Fakhrizadeh (2020), episodi che Teheran attribuisce direttamente a Gerusalemme. Queste operazioni mirate, cyberattacchi e attentati su individui chiave, rientrano nella strategia israeliana di ostacolare i programmi atomici iraniani prima che diventino una minaccia concreta.

Il Mossad, agenzia di intelligence di Israele, è storicamente incaricato di condurre operazioni clandestine di questo tipo. Conosciuto per la capacità di infiltrarsi dove pochi possono arrivare, il Mossad può vantare azioni leggendarie (dall’arresto del criminale nazista Adolf Eichmann nel 1960 alle eliminazioni mirate dei nostri giorni) che ne attestano l’efficacia. Negli anni recenti molti degli attentati contro l’Iran sono stati attribuiti proprio a questa agenzia: il Mossad ha reclutato infiltrati, lanciato attacchi informatici e coordinato raid mirati per neutralizzare le minacce provenienti da Teheran. La presenza di agenti “sul campo” in Iran, per quanto mai confermata ufficialmente finora, corrisponde alla prassi dell’intelligence israeliana quando valuta il rischio di attacchi imminenti.

La rivelazione di Eliyahu ha suscitato reazioni caute a livello internazionale. Il governo di Teheran ha immediatamente bollato le affermazioni del ministro come una “dichiarazione di guerra segreta” e, nelle ore successive, le autorità iraniane hanno giustiziato un uomo accusato di aver agito per il Mossad, presentando l’operazione come rappresaglia. Gli alleati occidentali di Israele, pur riconoscendo il diritto di Gerusalemme a difendere la propria sicurezza, hanno invitato alla moderazione: Washington ha confermato il sostegno a Israele ma sollecitato prudenza, mentre l’Unione Europea ha esortato le parti a evitare un’escalation militare. In Medio Oriente i governi e le potenze regionali osservano con preoccupazione: mentre Siria e milizie filo-iraniane applaudono la dura reazione di Teheran, i paesi del Golfo – pur sostenitori di Israele contro il nucleare iraniano – sperano che prevalgano prudenza e diplomazia anziché nuovi conflitti.

Da un punto di vista strategico, l’obiettivo dichiarato di Israele è la deterrenza preventiva. Rendere pubblica la presenza di agenti infiltrati in Iran rappresenta un monito esplicito: Gerusalemme vuol far capire a Teheran che ogni attività nemica sarà monitorata e potenzialmente contrastata sul nascere. Le operazioni sotto copertura permettono a Israele di neutralizzare missili o altri attacchi prima che possano essere lanciati, raccogliendo informazioni vitali senza dichiarare formalmente guerra. Come ha sottolineato lo stesso Eliyahu, le missioni in corso hanno carattere difensivo: “l’obiettivo è impedire che l’Iran ci minacci”, ha affermato. Tuttavia, questo approccio comporta anche rischi strategici: ammettere la presenza di spie in territorio nemico può esporre tali agenti al pericolo di essere scoperti e dare a Teheran un pretesto per intensificare le proprie misure repressive o militari.

In definitiva, la schietta ammissione del ministro evidenzia quanto profonda sia la rivalità silenziosa fra Israele e Iran. Raramente in passato un esponente di governo israeliano aveva confermato apertamente operazioni clandestine contro l’Iran. Molti osservatori interpretano il messaggio come un segnale politico a doppio taglio: un lato serve a rassicurare l’opinione pubblica israeliana sulla determinazione del governo, l’altro è rivolto al regime di Teheran come chiaro avvertimento. Ora il mondo resta in attesa delle prossime mosse. Da un lato Israele conferma di essere pronto a ogni evenienza, mentre dall’altro l’Iran ribadisce di sentirsi ancora minacciato. Gli analisti internazionali continuano a monitorare la situazione con timore, sperando che la tensione rimanga sui binari della deterrenza e non sfoci in uno scontro aperto fra i due Stati.

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