Nuova rivelazione dell’ex capo del Mossad Yossi Cohen sul programma nucleare iraniano: gli agenti israeliani hanno “visitato” il sito di Fordow più volte prima della sua distruzione. Un episodio che conferma la profondità dell’infiltrazione dell’intelligence israeliana in Iran
L’ex direttore del Mossad Yossi Cohen ha fatto una rivelazione destinata a far discutere: agenti israeliani hanno visitato il sito di arricchimento dell’uranio di Fordow, in Iran, in più occasioni, prima che venisse colpito dai bombardamenti americani nel 2025.
“Abbiamo visitato il sito nucleare di Fordow molte volte per capire l’impianto”, ha dichiarato Cohen martedì al Forum della Galilea di Safed, secondo quanto riportato dai media israeliani, senza precisare quando siano avvenute le visite né chi le abbia condotte.
Cohen, che ha guidato il Mossad dal 2016 al 2021, ha definito il bombardamento americano di Fordow “la realizzazione di tutti i miei sogni” legati al dossier iraniano. Le fonti ebraiche, tra cui Ynet e Walla, aggiungono che l’obiettivo dichiarato da Cohen era la distruzione della capacità di arricchimento nucleare iraniano e la fine della minaccia rappresentata dal principale sponsor statale del terrorismo a livello mondiale.
Fordow, insieme agli impianti di Isfahan e Natanz, è stato gravemente danneggiato dagli attacchi statunitensi durante i 12 giorni di guerra tra Israele e Iran nel giugno 2025. Secondo la ricostruzione dei media israeliani, l’operazione ha coinvolto sei bombardieri B-2 che hanno sganciato 12 bombe bunker buster MOP da 13,5 tonnellate ciascuna, nove giorni dopo un primo raid dell’aeronautica israeliana sullo stesso sito, avvenuto nella notte del 13 giugno 2025.
Le stime sui danni restano controverse. Teheran, tramite un portavoce dell’Agenzia per l’energia atomica iraniana, ha parlato all’epoca di danni “limitati”, sostenendo che gran parte del materiale e delle attrezzature fosse già stato rimosso dal sito. Diverse fonti israeliane ritengono invece che Israele valuti come probabile lo spostamento di parte delle 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% verso il sito noto come Pickaxe Mountain, mai colpito né nella guerra del 2025 né in quella più recente, nonostante le ripetute minacce del presidente Usa Donald Trump.
Sul livello di arricchimento, Cohen ha voluto smorzare gli allarmismi: “Il 60% di uranio arricchito è ancora lontano da una bomba”, ha detto, una posizione che sembra in contrasto con quella di esperti come David Albright, secondo cui l’uranio arricchito al 60% potrebbe essere portato al livello utile per un’arma nucleare nel giro di settimane, se non di giorni.
Non è la prima volta che Cohen solleva il velo sulle operazioni israeliane in territorio iraniano. Già nel gennaio scorso, nel programma investigativo “Uvda” di Channel 12, aveva raccontato che il Mossad era venuto a conoscenza delle attività di Fordow nel 2010, elaborando un piano operativo di enorme complessità che, se attuato, sarebbe stato “la più grande operazione nella storia del Paese”. Il progetto fu poi accantonato dopo la firma dell’accordo nucleare tra l’amministrazione Obama e l’Iran nel 2015, con l’attenzione che si spostò sulla preparazione di un attacco militare da parte delle Forze di Difesa Israeliane.
Cohen aveva già rilasciato interviste rivelatrici sull’attività di intelligence israeliana contro l’Iran: nel 2021, subito dopo aver lasciato l’incarico, aveva lasciato intendere il coinvolgimento del Mossad nell’esplosione dell’impianto sotterraneo di centrifughe di Natanz e aveva descritto nei dettagli l’operazione del 2018 con cui l’agenzia sottrasse l’archivio nucleare iraniano da un magazzino a Teheran.
Le dichiarazioni di oggi confermano ancora una volta la straordinaria capacità di penetrazione dell’intelligence israeliana nel cuore del programma nucleare della Repubblica islamica, un vantaggio strategico che ha permesso a Israele di anticipare e contrastare per anni le ambizioni atomiche di Teheran.

