La verità scomoda: Brunori, giornalista RAI perseguitato per aver raccontato Israele senza pregiudizi
Chiamare “escursionisti” un gruppo di famiglie israeliane, con donne e bambini, uscite per una camminata vicino a un villaggio palestinese. Poteva sembrare una scelta lessicale neutra, quasi banale. È bastata però a scatenare contro Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Gerusalemme, una campagna d’odio che in poche settimane è degenerata in minacce di morte, insulti alla sua famiglia e, da ultimo, una vignetta antisemita affissa nella sede romana di Radio1.
Tutto nasce da un servizio sull’episodio nei pressi del villaggio di Tell, dove il coordinatore della sicurezza Benayahu Melt e l’ufficiale dell’IDF Yuval Ezra sono stati uccisi dopo che un palestinese si è impossessato dell’arma di Melt aprendo il fuoco. Brunori ha raccontato i fatti descrivendo il gruppo israeliano, composto da residenti di Havat Gilad disarmati, come “escursionisti”. Una parola sufficiente perché attivisti pro Palestina, sigle della sinistra italiana e organizzazioni palestinesi operanti nel Paese lanciassero una campagna per la sua rimozione, arrivando a colpire anche altri due giornalisti Rai, Incoronata Boccia e Antonino Monteleone, colpevoli soltanto di aver espresso vicinanza a Israele o messo in discussione la narrativa del genocidio a Gaza.
Il punto più basso è arrivato il 29 luglio, quando un manifesto firmato dai gruppi “Global Sumud” e “Libere di lottare” è comparso nella bacheca della sede Rai di Radio1: Brunori raffigurato come un ratto rabbioso, con basette e kippah, secondo l’iconografia più classica della propaganda antisemita del Novecento. La Digos ha acquisito il materiale e la Rai ha aperto un accertamento interno.
L’amministratore delegato Rai, Giampaolo Rossi, ha parlato di un episodio “gravissimo”, che richiama “le pagine più oscure della storia del nostro Paese” e ha ribadito la piena vicinanza aziendale al collega. Sulla stessa linea l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha condannato “il clima di odio e pregiudizio” alimentato dai due gruppi, e il sindacato Unirai Figec, che ha chiesto l’individuazione e la denuncia dei responsabili.
Un dettaglio aggiunge peso alla vicenda: tra le voci più attive nella campagna contro Brunori figurerebbe Mohammad Hannoun, palestinese arrestato mesi fa dalle autorità italiane e sospettato di essere un prestanome di Hamas in Italia, dedito alla raccolta fondi per l’organizzazione terroristica sotto la copertura di un’associazione umanitaria. Proprio la sua organizzazione avrebbe inviato alla Rai una diffida legale per chiedere che i residenti di Havat Gilad venissero descritti come “coloni violenti” venuti a colpire i palestinesi.
Brunori respinge fermamente questa lettura. “Ho raccontato i fatti così come sono avvenuti”, ha dichiarato. “Così come ho documentato distruzioni e violenze di coloni estremisti nei villaggi palestinesi, ho raccontato anche quanto accaduto vicino a Tell, dove un gruppo di coloni disarmati, famiglie con bambini e donne di Havat Gilad, era uscito per un’escursione”. Il giornalista ha ammesso che la loro presenza poteva apparire provocatoria agli occhi dei palestinesi, ma ha respinto con decisione l’etichetta di “coloni violenti”.
Colpisce, in questa vicenda, come il rigore professionale e l’equilibrio giornalistico vengano puniti quando raccontano Israele senza aderire a una narrativa precostituita. Brunori stesso lo definisce “il metodo della cultura woke avvelenata, che cerca di zittire chiunque la pensi diversamente, a qualunque costo”. Una riflessione che va oltre il caso singolo e tocca il cuore della libertà di stampa in Italia, oggi messa a rischio non da un governo, ma da una rete di attivismo radicale capace di trasformare una parola in una condanna, e la verità in un bersaglio.
Sul fronte politico, la condanna è arrivata anche dal centrodestra: Francesco Filini, deputato di Fratelli d’Italia, ha accusato esponenti della sinistra e organizzazioni politiche di aver “contribuito a questa campagna attraverso dichiarazioni e attacchi pubblici, alimentando il clima ostile nei confronti di un giornalista del servizio pubblico”.

