Nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali, la tecnologia militare israeliana continua a essere centrale nella sicurezza di due delle monarchie del Golfo più critiche verso lo Stato ebraico: Qatar e Arabia Saudita.
A rivelarlo è un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, che ha analizzato documenti, fotografie pubbliche e contratti di approvvigionamento legati ai jet della famiglia reale qatariota e ai caccia F-15 di entrambi i paesi.
Il sistema C-MUSIC sugli aerei dell’Emiro
Secondo l’inchiesta, tre dei tredici aerei della flotta reale qatariota, tra cui due Boeing 747 e un Airbus A340-500 utilizzati dall’Emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, sono equipaggiati con il sistema di autoprotezione aerea C-MUSIC (Commercial Multi-Spectral Infrared Countermeasures), conosciuto in Israele come Magen Rakia, “Scudo Celeste”. Il sistema, sviluppato da Elbit Systems, è stato installato tra il 2020 e il 2022 durante operazioni di manutenzione effettuate a Basilea, in Svizzera.
Il C-MUSIC è progettato per individuare il lancio di missili termoguidati portatili, i cosiddetti MANPAD, e neutralizzarli tramite un fascio laser a infrarossi che disturba il sistema di puntamento. La tecnologia fu sviluppata dopo il tentativo di abbattimento di un volo charter Arkia avvenuto a Mombasa, in Kenya, nel 2002, opera di militanti legati ad Al Qaeda. Da allora è diventata uno standard di sicurezza sugli aerei di linea israeliani e su numerosi velivoli usati da capi di Stato in tutto il mondo.
Un dettaglio che rende la vicenda ancora più significativa, l’Emiro qatariota avrebbe utilizzato proprio uno di questi aerei, protetto dalla tecnologia israeliana, durante la sua visita ufficiale a Teheran, capitale del principale nemico regionale di Israele.
Componenti israeliani anche sui caccia F-15 di Qatar e Arabia Saudita
L’inchiesta non si limita ai jet di rappresentanza. Secondo i documenti relativi all’accordo del 2017 tra Stati Uniti e Qatar per l’acquisto dei caccia F-15QA “Ababil” di Boeing, aziende israeliane si sarebbero aggiudicate subappalti per un valore compreso tra $150 e $250 milioni di dollari, fornendo componenti avanzati tra cui 160 caschi JHMCS (Joint Helmet Mounted Cueing System), del valore di circa 200.000 dollari ciascuno, e visori notturni AN/AVS-9.
Il caso dell’Arabia Saudita segue uno schema simile: un documento del Dipartimento della Difesa statunitense del 2010, attesta che Riyadh ha ricevuto 462 caschi JHMCS e altrettanti visori notturni nell’ambito del contratto Boeing per i caccia F-15SA, gli stessi modelli forniti al Qatar. I caschi da combattimento, in particolare, sono prodotti da Collins Elbit Vision Systems, filiale statunitense di Elbit, mentre altre aziende israeliane risultano coinvolte nella fornitura di vari componenti per entrambe le flotte di F-15.
Le vendite non sono dirette, ma passano attraverso subappalti legati a contratti con il gigante statunitense Boeing, una formula che permette a Doha e Riyadh di beneficiare della tecnologia militare israeliana senza dover riconoscere formalmente alcun rapporto con Gerusalemme. Una precedente inchiesta del sito israeliano Maariv, già nel giugno 2025, aveva rivelato che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva personalmente approvato negli anni diverse vendite di prodotti della difesa israeliana al Qatar.
Elbit Systems ha inoltre siglato contratti per centinaia di milioni di dollari per l’installazione di sistemi di protezione simili su aerei da trasporto militare tedeschi, austriaci e olandesi, confermando il ruolo di Israele come fornitore di riferimento per la sicurezza aerea anche di paesi NATO.
Il paradosso del Qatar
La vicenda mette in luce una contraddizione che da anni caratterizza il rapporto tra Israele e Doha. Il Qatar ha ospitato per anni i vertici di Hamas e ha giocato un ruolo da mediatore in diversi conflitti regionali, incluso il recente confronto militare tra Israele, Stati Uniti e Iran. Allo stesso tempo, secondo quanto emerso, la famiglia regnante qatariota non ha esitato a proteggere i propri aerei con la tecnologia israeliana più avanzata disponibile sul mercato.
Una dimostrazione, ancora una volta, che la tecnologia militare israeliana resta un punto di riferimento imprescindibile in Medio Oriente, anche per chi pubblicamente professa ostilità verso lo Stato ebraico. Le relazioni diplomatiche formali possono mancare, ma quando si tratta di proteggere la propria incolumità, anche i governi più critici verso Israele scelgono l’eccellenza israeliana.

