HomeMedio OrienteVance avverte Israele: "Trump è il vostro unico alleato"

Vance avverte Israele: “Trump è il vostro unico alleato”

l vicepresidente USA JD Vance lancia un avvertimento severo a chi in Israele critica l’accordo con l’Iran. Vance, Iran e Israele: la fotografia di una settimana di tensioni dietro la tregua

C’è una frase, pronunciata da JD Vance in questi giorni, che racconta meglio di mille analisi lo stato dei rapporti tra Washington e Gerusalemme dopo la firma del memorandum con l’Iran: “chi in Israele pensa che il problema sia Donald Trump, si deve svegliare e capire davvero in che situazione si trova il proprio paese”. Parole dure, pronunciate dal numero due dell’amministrazione americana, che meritano di essere comprese nel loro contesto.

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmato digitalmente nei giorni scorsi e destinato a una cerimonia ufficiale a Ginevra, ha aperto una fase di sessanta giorni di negoziati per chiudere definitivamente il conflitto del Golfo. Fin qui, la cronaca che probabilmente avete già letto. Quello che è successo dopo, però, è altrettanto interessante: alcuni membri del governo israeliano, tra cui Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno criticato pubblicamente l’accordo, arrivando in alcuni casi a parole dure nei confronti della stessa Casa Bianca.

Vance non l’ha presa bene. In un’intervista, ha rivendicato il ruolo americano nella protezione di Israele con un argomento tanto semplice quanto pungente: negli ultimi tre mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto il paese sono state costruite con mani e fondi americani. Il messaggio implicito è chiaro: prima di criticare, un minimo di gratitudine non farebbe male.

Già qualche settimana fa, parlando a Fox News, Vance aveva usato una formula che ha fatto discutere: l’intesa con l’Iran potrebbe non piacere a Israele, ma è nel miglior interesse degli Stati Uniti. Una frase che, letta oggi, suona quasi profetica. Per Washington l’obiettivo primario resta uno solo: impedire che l’Iran si doti di armi nucleari. Punto su cui, va detto, anche Netanyahu non transige, ribadendo a più riprese che l’Iran non avrà la bomba atomica, con o senza accordo.

Il problema, semmai, è il metodo. Per molti osservatori israeliani questo accordo è percepito come una soluzione decisa a Washington per un problema che riguarda prima di tutto Israele, negoziata senza un reale coinvolgimento delle condizioni poste da Gerusalemme. Una sensazione di esclusione che, comprensibilmente, genera frustrazione.

Vance lo ha detto chiaramente: il programma nucleare iraniano sarebbe stato “completamente distrutto” dalle operazioni militari precedenti l’accordo, così come gran parte delle capacità missilistiche convenzionali di Teheran. Resta però sul tavolo una lista di questioni delicate, prima fra tutte il futuro del Libano, dove l’attività militare israeliana continua nonostante la tregua, e il ruolo che Hezbollah potrà ancora giocare nella regione.

Per l’Iran, va detto, l’intesa non sarebbe considerata valida se Israele dovesse continuare ad operare militarmente in territorio libanese. Un cortocircuito che racconta bene quanto la pace, in questi giorni, sia più un punto di partenza fragile che un traguardo consolidato.

Per chi segue Israele con attenzione e affetto, questa fase merita di essere osservata senza scorciatoie. Non è semplicemente “Israele contro tutti”, né “Trump che abbandona Israele”: è piuttosto la fotografia di un’alleanza solida ma con interessi che, su singoli dossier, possono divergere. Vance lo ha detto a chiare lettere: tra Stati Uniti e Israele esistono molti interessi comuni, ma anche situazioni in cui le strade si separano. Capire questa distinzione, senza semplificazioni, è probabilmente il modo più onesto di guardare a quello che sta accadendo.

Resta da vedere come si comporteranno nelle prossime settimane sia Gerusalemme che Washington, mentre i sessanta giorni di negoziati sul nucleare iraniano sono già scattati.

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