Il disarmo di Hamas avanza al Cairo, ma restano nodi da sciogliere
I colloqui in corso al Cairo tra i mediatori internazionali e i rappresentanti di Hamas segnano, secondo fonti diplomatiche, un passo avanti concreto sul dossier più delicato della fase due del piano per Gaza, il disarmo di Hamas. Un funzionario coinvolto nei negoziati ha confermato che si sta definendo una roadmap dettagliata per la decommissione delle armi, con l’eliminazione dei tunnel, dei depositi di armamenti e degli impianti di produzione bellica ancora attivi nella Striscia.
Per Israele, il disarmo di Hamas non è un dettaglio tecnico ma la condizione imprescindibile per qualunque stabilizzazione duratura di Gaza. Da mesi Gerusalemme ripete la stessa posizione, senza la fine definitiva della capacità militare del gruppo terroristico, ogni tregua resterà fragile e reversibile, come già accaduto in passato. Non è un caso che l’esecutivo israeliano abbia insistito perché il processo di disarmo fosse verificabile e non affidato a semplici dichiarazioni di intenti.
Il nodo più delicato riguarda il collegamento, rivendicato dalle fazioni armate palestinesi, tra il disarmo di Hamas e un ritiro israeliano completo dalla Striscia. Israele controlla oggi circa il 60% del territorio di Gaza e continua a condurre operazioni mirate contro le infrastrutture terroristiche superstiti, anche in presenza del cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Da parte israeliana si fa notare, non senza ragione, che un ritiro incondizionato prima di un disarmo effettivo e verificato rischierebbe di restituire a Hamas lo spazio per riorganizzarsi, esattamente ciò che l’intera operazione militare degli ultimi due anni ha cercato di impedire.
Hamas, dal canto suo, respinge le proposte di disarmo sostenendo che sarebbe Israele a violare gli obblighi della tregua, tra operazioni militari mirate e restrizioni sugli aiuti umanitari. Una narrazione che i sostenitori di Israele conoscono bene, e che va letta con cautela, perché arriva da un’organizzazione riconosciuta come terroristica da Unione Europea, Stati Uniti e numerosi altri Paesi, responsabile del massacro del 7 ottobre 2023 e tuttora restia a rinunciare alle armi che ha usato contro civili israeliani.
Sullo sfondo dei colloqui, la settimana ha portato anche altri sviluppi rilevanti per la sicurezza regionale. Un drone ha colpito una petroliera legata a interessi statunitensi nel porto egiziano di Damietta, il primo attacco di questo tipo contro l’Egitto dall’inizio del conflitto, mentre nel sud del Libano un drone di Hezbollah ha colpito un bulldozer corazzato dell’IDF, violazione della tregua in vigore con Beirut. In risposta alle minacce residue, l’IDF ha colpito nei giorni scorsi una moschea nella città di Gaza, individuata come uno dei depositi di armi di Hamas smantellati nella parte centrale e settentrionale della Striscia.
Sul piano diplomatico, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato a Washington il presidente statunitense, ribadendo la volontà di Israele di ridurre nel tempo la propria dipendenza dagli aiuti militari americani, un segnale di fiducia nella capacità del Paese di garantire da solo la propria sicurezza, pur mantenendo la storica alleanza strategica con gli Stati Uniti.
Il disarmo di Hamas resta dunque il vero banco di prova dei prossimi mesi: se la comunità internazionale vorrà davvero una Gaza stabile e libera dal giogo del terrorismo, dovrà sostenere con fermezza la linea israeliana, che chiede garanzie concrete e verificabili prima di qualsiasi concessione territoriale.

