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Wed, Feb 4 2026
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Italian Pizza Academy rifiuta chef israeliano

Un chef israeliano viene respinto dalla prestigiosa Italian Pizza Academy per motivi politici, sollevando un dibattito su discriminazione, diritti e valori etici.

Un giovane chef israeliano di 23 anni si è visto rifiutare l’ammissione in una delle scuole di pizza più rinomate d’Italia, la Pizza Italian Academy (PIA) di Roma, in un episodio che ha suscitato un ampio dibattito pubblico su discriminazione, valori etici e rapporti internazionali. Secondo quanto riportato, la decisione della scuola è stata giustificata dalla direzione come espressione di “valori umanitari e solidarietà verso la causa palestinese”, mentre l’interessato e le autorità israeliane hanno denunciato un atto discriminatorio fondato sulla sua provenienza e sul suo servizio militare.

Il giovane chef, identificato solo come Jonathan per motivi di privacy, è un professionista con anni di esperienza nella preparazione di pizza nello stile napoletano e romano. La sua candidatura alla PIA, scuola di formazione professionale riconosciuta a livello internazionale, era motivata dal desiderio di espandere le proprie competenze e portare quel sapere in Israele. Tuttavia, una volta menzionata la sua nazionalità e il suo servizio nell’IDF, la risposta dell’accademia è stata negativa.

Secondo la comunicazione inviata dall’istituzione italiana, la Pizza Italian Academy non intendeva collaborare con candidati legati a uno Stato coinvolto in azioni militari contro civili palestinesi, sostenendo di non voler indirettamente legittimare o normalizzare tali operazioni, considerate da loro “violazioni dei diritti umani”. La scuola ha esplicitato che la decisione non si basava su religione o provenienza etnica, ma su un allineamento di valori che, a suo dire, coincideva con la solidarietà verso il popolo palestinese.

Jonathan ha reagito con incredulità e ferma protesta, definendo la posizione dell’accademia una chiara forma di discriminazione basata sulla nazionalità. Ha ribadito che la sua esperienza professionale e la sua qualificazione non dovrebbero essere negate per ragioni politiche, soprattutto in un contesto educativo che, per definizione, dovrebbe essere neutrale e basato sul merito. Il giovane chef ha dichiarato di aver avviato denunce legali per discriminazione e di aver richiesto il supporto dell’Ambasciata israeliana in Italia per tutelare i propri diritti.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tensioni internazionali e percezioni polarizzate, dove iniziative culturali e professionali finiscono per riflettere questioni geopolitiche più grandi. L’accademia, nelle sue comunicazioni, ha menzionato anche i contesti di conflitto nella regione mediorientale, facendo riferimento a denunce internazionali contro leader israeliani presso la Corte Penale Internazionale e sostenendo che la propria scelta fosse motivata da posizioni etiche e di solidarietà verso le vittime civili di tali conflitti.

Questa giustificazione, però, non ha trovato consensi unanimi: critici dell’episodio sottolineano che un’istituzione educativa non dovrebbe applicare criteri politici o ideologici nelle selezioni dei candidati, soprattutto se queste risultano in pratiche che escludono individui sulla base della loro nazionalità o servizio professionale. Avvocati specializzati in diritto antidiscriminatorio ricordano che, secondo la normativa italiana e i principi dell’Unione Europea, è vietato negare l’accesso a opportunità formative per motivi di nazionalità o appartenenza a un esercito regolare, salvo eccezioni specifiche che qui non risultano applicabili.

Dal canto suo, la direzione della Pizza Italian Academy ha ribadito in una dichiarazione ufficiale che la decisione non è legata all’identità religiosa o etnica del candidato, ma piuttosto a un allineamento con valori che essa considera fondamentali in relazione alla protezione dei civili. “La nostra istituzione non discrimina sulla base di religione o origine etnica”, si legge nella nota, “ma prendiamo posizione contro ciò che riteniamo violazioni dei diritti umani. Non è un atto contro individui, ma contro la normalizzazione di situazioni che coinvolgono sofferenze civili”.

La risposta ufficiale del governo israeliano non si è fatta attendere. L’Ambasciata d’Israele a Roma ha condannato fermamente l’esclusione del giovane chef, definendola una pratica discriminatoria inaccettabile e contraria ai principi di pari opportunità. Le autorità hanno fornito assistenza legale al candidato e stanno seguendo da vicino gli sviluppi del caso, auspicando che simili episodi non si ripetano in istituzioni educative internazionali.

L’episodio ha riacceso il dibattito in Israele e all’estero sulla relazione tra politica e cultura, e su come istituzioni non governative possano o debbano gestire questioni etiche e sociali che trascendono i confini nazionali. Molti osservatori ritengono che far diventare criteri politici un elemento di esclusione in un ambito formativo rischi di creare precedenti pericolosi e di limitare la libertà professionale di individui qualificati in ragione di posizioni che non hanno controllo.

In un mondo sempre più interconnesso, dove persone, culture e professioni si mescolano oltre confini e ideologie, casi come questo sollevano interrogativi profondi sulle barriere che separano diplomazia, etica e diritti individuali, lasciando aperto il dibattito su come bilanciare solidarietà e rispetto dei diritti fondamentali.

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