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Italia, fondi “umanitari” a Hamas: smascherata la rete che insulta le vere vittime

La maxi operazione antiterrorismo condotta in Italia ha smascherato una rete di finte organizzazioni umanitarie che, dietro la facciata degli aiuti al popolo palestinese, avrebbe convogliato almeno 7 milioni di euro verso Hamas e strutture a esso collegate nei Territori e in Israele, confermando l’allarme israeliano sul legame tra certa “solidarietà” pro palestinese e il finanziamento del terrorismo islamista.

La polizia ha arrestato sette sospetti e ha emesso mandati per altri due, ricostruendo il ruolo di tre Ong registrate come enti di supporto ai civili palestinesi in Italia ma utilizzate, secondo gli inquirenti, come società di comodo gestite da Hamas all’estero per far arrivare denaro all’organizzazione terroristica, con oltre il 71% dei fondi destinati non a scopi umanitari ma direttamente a Hamas, ai suoi affiliati o persino a familiari di terroristi coinvolti in attentati.

La premier Giorgia Meloni ha definito l’operazione complessa e importante, sottolineando gli arresti di nove sospetti finanziatori di Hamas attraverso sedicenti enti caritatevoli e confermando il fermo di Mohamed Hannoun, indicato come dirigente della cellula italiana di Hamas, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha denunciato la copertura pseudo umanitaria usata da persone che in realtà sostenevano e partecipavano ad attività terroristiche. Al centro dell’inchiesta emerge proprio la figura di Hannoun, 62 anni, da decenni residente a Genova e considerato dai servizi occidentali il principale uomo di Hamas in Italia: nel corso degli anni ha creato una costellazione di associazioni e organismi sotto etichetta “solidale” per raccogliere donazioni destinate soprattutto all’ala militare del movimento, tra cui l’“Associazione di beneficenza e solidarietà con il popolo palestinese” (ABSPP), presentata come ente umanitario ma indicata come veicolo di finanziamento del braccio armato di Hamas.

A dicembre 2024 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti gli ha imposto sanzioni, definendolo veterano del fundraising per Hamas, e dopo il massacro del 7 ottobre sono arrivati ulteriori provvedimenti: Poste Italiane ha chiuso i suoi conti, e principali operatori finanziari internazionali come Visa, Mastercard e PayPal hanno bloccato transazioni a lui riconducibili, spingendolo secondo gli investigatori a creare nuove sigle e società schermo per continuare a raccogliere denaro per l’organizzazione. Sullo sfondo, l’Italia è diventata negli ultimi due anni uno dei centri più attivi in Europa per le proteste pro palestinesi, spesso intrise di retorica anti israeliana e di episodi antisemiti, guidate da settori della sinistra, sindacati, collettivi studenteschi e reti associative, ma alimentate dietro le quinte da gruppi di palestinesi in esilio che collaboravano “umanitariamente” con queste strutture per organizzare campagne contro Israele e iniziative di sostegno al cosiddetto “popolo palestinese”. In questo contesto il quotidiano italiano “Il Tempo”, con sede a Roma, ha pubblicato una serie di inchieste che hanno rivelato i legami ambigui di Hannoun con esponenti di primo piano del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico, forze che in piazza e nelle istituzioni guidano la linea più aggressiva contro Israele e chiedono sanzioni e misure dure da parte del governo Meloni, mostrando un intreccio politico sempre più stretto tra la sinistra italiana e ambienti pro Hamas. Le indagini giornalistiche hanno documentato non solo i contatti di Hannoun con dirigenti di questi partiti, ma anche la sua vicinanza a islamisti legati al “Centro culturale islamico” di Milano e a figure come Suleiman Hijazi, palestinese residente in Italia da vent’anni e descritto come fervente sostenitore di Hamas, con cui Hannoun continua a muoversi nel circuito politico e associativo italiano.

A fine luglio Hijazi è intervenuto persino in un evento alla Camera dei deputati a Roma, condividendo il palco con la relatrice Onu per i Territori palestinesi Francesca Albanese, nota per posizioni apertamente ostili a Israele, che aveva messo in dubbio le testimonianze sugli stupri commessi da Hamas il 7 ottobre e per questo è stata sanzionata dagli Stati Uniti, ma che resta un’icona del fronte radicale pro palestinese in Italia, nonostante crescenti imbarazzi anche a sinistra. Le inchieste hanno così mostrato come esponenti del radicalismo di sinistra e dell’associazionismo pro palestinese abbiano offerto legittimità pubblica a figure dichiaratamente vicine a Hamas, sfumando il confine tra impegno politico e sostegno a un’organizzazione terroristica. Hannoun, da parte sua, non ha mai nascosto la propria adesione ideologica alla narrativa di Hamas: subito dopo il 7 ottobre ha definito in televisione l’attacco contro Israele “un’azione di autodifesa”, ha poi esaltato i leader Yahya Sinwar e Salah al Arouri, uccisi nel corso della guerra, e a novembre 2024 ha lodato i giovani musulmani che “davano la caccia” agli israeliani ad Amsterdam, glorificando di fatto la violenza antiebraica in Europa. I media italiani hanno diffuso inoltre foto che lo ritraggono accanto al dirigente di Hamas Khaled Mashal e in un abbraccio sorridente con il capo del movimento Ismail Haniyeh, anch’egli ucciso nel conflitto, segnali visivi di una prossimità diretta ai vertici dell’organizzazione. L’inchiesta italiana, nel suo complesso, evidenzia come dietro il linguaggio dei diritti umani e della solidarietà si possano celare infrastrutture finanziarie e politiche che rafforzano Hamas nella sua guerra contro Israele e nel sistematico attacco ai civili ebrei, confermando i timori di chi denuncia da tempo l’uso strumentale dell’“umanitarismo” per coprire il sostegno a un gruppo terrorista

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