16.2 C
Tel Aviv
Wed, Jan 7 2026
HomeGazaIsraele, impero del volontariato in emergenza

Israele, impero del volontariato in emergenza

Israele, impero del volontariato in emergenza: oltre 40.000 cittadini in prima linea tra guerra e solidarietà.

“Abbiamo costruito un impero della risposta all’emergenza”: sono parole che non arrivano da un funzionario governativo, ma da uno studio della Hebrew University che analizza la sorprendente e diffusa mobilitazione civile israeliana durante le recenti crisi, dalla guerra con Hamas a quella con l’Iran. Un fenomeno che ha visto decine di migliaia di volontari supplire alle carenze dello Stato, creando reti di supporto, assistenza e logistica.

Da una cucina domestica a una rete nazionale

Orly Schwarz, 46 anni, vive a Petah Tikva. Il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha attaccato il sud di Israele, si è attivata immediatamente. Comunicatrice, esperta di marketing e organizzazione eventi, ha trasformato la sua casa in un centro logistico per supportare i soldati dell’IDF. Inizialmente da sola, poi a capo di una rete che ha coinvolto centinaia di persone. “Non riesco a restare a guardare, è nel mio DNA agire”, racconta. La sua “Hamal” (centro operativo civile) è una delle oltre 1.000 iniziative civiche mappate da un report del Ministero del Welfare, del Consiglio israeliano del Volontariato e dell’Istituto per lo studio della società civile dell’Università Ebraica. Il dato sorprendente? Il 78% di queste iniziative sono nate da zero durante l’emergenza e il 70% è stato lanciato da privati cittadini.
Quando il 13 giugno 2025 l’Iran ha lanciato oltre 550 missili contro Israele, uccidendo 28 persone e causando migliaia di feriti e sfollati, le reti civili si sono riattivate con la stessa prontezza. Secondo un nuovo sondaggio, 42.180 volontari hanno fornito assistenza a oltre 213.000 persone. Le attività? Principalmente supporto psicologico (61%), ma anche distribuzione di cibo, trasporto di materiali, animazione per bambini e raccolta fondi. Alcune ONG hanno operato su scala nazionale.
“Ci sono stati sforzi straordinari di creatività e rapidità nella risposta, nonostante risorse limitate e un carico enorme sui team”, si legge nel report. Tra le attività: assistenza a famiglie dei medici, linee telefoniche di supporto attive h24, distribuzione di kit di gioco per bambini evacuati, workshop anti-ansia, pasti per soldati e persino docce da campo.

“Tutto, tranne i carri armati”

Nei primi giorni della guerra a Gaza, Schwarz e il suo team fornivano fino a 6.000 pasti al giorno ai soldati. Oltre al cibo, sono arrivati frigoriferi, fornelli, materassi, tendoni, docce. “L’unica cosa che non abbiamo fornito sono i carri armati”, ironizza. Oggi, con il fronte più stabilizzato, le richieste riguardano soprattutto il morale: grigliate, dolci, piccoli oggetti che riportano a una normalità dimenticata. Durante l’Operazione “Leone In Piedi” contro le infrastrutture nucleari iraniane, “l’Hamal di Orly” ha continuato a spedire tutto ciò che serviva, dai computer alle torte fatte in casa. “Sappiamo che molti riservisti non sono a casa da mesi. Vogliamo ricordare loro cosa li aspetta quando tutto questo finirà”, racconta.
Una resilienza unica al mondo?
Secondo la professoressa Michal Almog-Bar, direttrice dell’Istituto per lo studio della società civile e coautrice del rapporto, la resilienza sociale israeliana è fuori dal comune. “In altri Paesi esistono volontariati emergenziali, ma non di questa portata e durata. Abbiamo creato un vero impero della risposta civile”.
Le organizzazioni sono diventate più professionali rispetto al 7 ottobre. Realtà già attive come “Fratelli e Sorelle in Israele” o l’associazione per la salute mentale Enosh hanno saputo riattivarsi in tempo record.

Una solidarietà che però solleva interrogativi

La professoressa Almog-Bar mette però in guardia: questo ruolo crescente della società civile solleva dubbi sulla funzione dello Stato. “Ha senso che un movimento di protesta costruisca case al confine con Gaza? È giusto che ancora oggi siano i civili a fornire i pasti all’esercito?”
La linea tra pubblico e privato è sempre più sfumata. Durante l’emergenza, il volontariato colma i vuoti istituzionali, ma nel lungo periodo questo equilibrio può diventare fragile. Il dato positivo? Oltre un terzo delle organizzazioni ha collaborato con le amministrazioni locali, e quasi un quarto con enti statali, un miglioramento rispetto al caos istituzionale post-7 ottobre.
Israele si trova a vivere emergenze in successione: pandemia, attacchi, guerre. Ma proprio da queste crisi nasce una comunità che risponde con forza, abbatte le divisioni e riscopre il valore della solidarietà. Volontari e beneficiari trovano in questa rete anche un conforto emotivo: aiutare dà un senso, e sapere che qualcuno ci sarà in caso di bisogno è un’ancora psicologica. Perché, come conclude Almog-Bar, “abbiamo capito che nessuno è immune. Tutti condividiamo la stessa ansia esistenziale”.

ARTICOLI CORRELATI - ISRAELE 360

I PIU' CLICCATI DI ISRAELE 360