Boy George, il coraggio di dire “sto con gli ebrei” e il prezzo da pagare
Boy George non ha mai avuto paura delle proprie convinzioni, ma questa volta la sua ultima presa di posizione gli è costata caro. Il 26 luglio 2026 l’icona pop britannica, storico frontman dei Culture Club, ha pubblicato su X e Instagram “We Will Dance Again”, in ebraico “Od Nirkod” (עוד × ×¨×§×•×“), un brano reggae realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale che prende posizione con nettezza a favore di Israele, in un momento in cui gran parte del mondo dello spettacolo occidentale si allinea, spesso acriticamente, sulle tesi pro Palestina.
Il titolo del brano richiama uno slogan diventato simbolo di resilienza tra i sopravvissuti al massacro del festival Nova, dove il 7 ottobre 2023 i terroristi di Hamas uccisero 378 giovani che stavano semplicemente ballando. Nel testo, condiviso con l’hashtag “#Shalom”, Boy George respinge senza ambiguità l’accusa di genocidio rivolta a Israele: “Voi dite genocidio, io dico guerra. Quando siete attaccati, è per questo che esiste l’esercito”. Il cantante affronta poi direttamente chi, nel mondo musicale, ha scelto di ignorare le origini del conflitto: “Non menzionate mai il 7 ottobre. Ragazze giovani stuprate contro gli alberi. Assassinate brutalmente. Per il crimine di ballare”.
Nel ritornello arriva la dichiarazione più diretta: “Se siete mai confusi, io sto con gli ebrei. Non mi sento coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi da essere umano”. Una frase semplice, quasi disarmante, che riassume bene lo spirito di un artista che da anni non nasconde la sua vicinanza a Israele e al mondo ebraico.
Chi conosce la storia di Boy George non si stupisce di questa presa di posizione. Il legame tra il cantante e Israele è di lunga data: i Culture Club si esibirono nel paese già nel 1985 e tornarono a suonare alla Menora Mivtachim Arena di Tel Aviv nel 2017, nonostante le pressioni dei sostenitori del boicottaggio culturale. In quell’occasione George indossò un costume decorato con la Stella di David e ospitò sul palco Dana International.
Nel febbraio 2024 il suo nome comparve tra oltre 400 personalità dello spettacolo che firmarono una lettera contro le richieste di escludere Israele dall’Eurovision. Più recentemente si era anche scontrato pubblicamente su X con Roger Waters, storico frontman dei Pink Floyd, criticandone le posizioni fortemente anti israeliane.
Le conseguenze pratiche di questa ultima presa di posizione non si sono fatte attendere. Pochi giorni dopo la pubblicazione del brano, il manager di Boy George, Paul Kemsley, ha annunciato il ritiro del cantante dal ruolo di Re Erode nel musical “Jesus Christ Superstar”, che avrebbe dovuto interpretare al London Palladium a partire da inizio agosto, accanto alla star dell’Eurovision Sam Ryder nei panni di Gesù. Kemsley non ha specificato apertamente il motivo della decisione, ma ha parlato di un artista che “non ha mai avuto paura di difendere le proprie convinzioni personali” e di una scelta presa “nel migliore interesse” del cantante e della produzione.
Boy George stesso ha confermato di aver realizzato il brano con l’intelligenza artificiale, definendo l’operazione “IA per il bene” e ammettendo che avrebbe fatto fatica a scrivere un testo simile insieme a un collaboratore umano, segno di quanto fossero personali e dirette le parole che voleva far arrivare.
Come prevedibile, il brano ha scatenato reazioni durissime da parte di ambienti musicali e attivisti filo palestinesi. Martyn Ware, co-fondatore di Heaven 17 e Human League, ha parlato di “propaganda musicale apertamente pro genocidio e anti palestinese”. L’attore Patrick Clanton, che aveva recitato con George nel “Moulin Rouge!” a Broadway, si è detto “imbarazzato” per aver lavorato con lui. Non sono mancati, come spesso accade in queste polemiche, tentativi di delegittimare il cantante richiamando vicende giudiziarie del suo passato, del tutto estranee al merito della questione.
Boy George ha risposto ai critici senza arretrare di un passo. Su X ha scritto: “Non importa cosa penso io o cosa pensate voi. Quando capirete che non state ottenendo nulla?”. Su Threads ha aggiunto parole che meritano di essere lette con attenzione: “Temo che tutti noi stiamo lottando con l’incapacità di vivere in pace gli uni con gli altri. Finché non ci riusciremo, il nostro destino è segnato. Capisco che molti non siano d’accordo con il mio punto di vista, ed è questo il bello della democrazia, per quanto imperfetta possa essere”.
Ha poi spiegato che lo slogan “we will dance again” ha avuto una risonanza profonda su di lui, e si è chiesto provocatoriamente perché non inserire nel testo anche la parola “genocidio”, proprio per riflettere il linguaggio distorto con cui oggi si racconta questo conflitto.
Un gesto artistico che, al di là delle polemiche organizzate a tavolino, ha il merito di rimettere al centro una domanda semplice quanto scomoda per certi ambienti dello spettacolo: perché ricordare le vittime del 7 ottobre viene ancora percepito, da alcuni, come una posizione controversa.

