Gli ospedali israeliani tornano a operare sottoterra per proteggere pazienti e personale dai missili iraniani, attivando protocolli di emergenza già sperimentati durante la guerra di 12 giorni del giugno 2025.
Da Gerusalemme a Be’er Sheva, il sistema sanitario si è riorganizzato in poche ore, trasferendo reparti interi in strutture protette e garantendo la continuità delle cure essenziali mentre il Paese affronta una nuova escalation. Al Gandel Rehabilitation Center dell’Hadassah Hospital Mount Scopus di Gerusalemme, oltre cento pazienti sono stati spostati in un ospedale sotterraneo nel giro di poche ore. Una situazione simile si è verificata anche nella struttura gemella di Ein Kerem. Il trasferimento rapido è stato possibile grazie all’esperienza maturata nei mesi precedenti, quando un missile colpì il Soroka Medical Center di Be’er Sheva. In quell’occasione, i pazienti del reparto interessato erano stati evacuati poco prima dell’impatto, evitando una tragedia ancora più grave.
Il dottor Moshe Simons, internista impegnato nel reparto sotterraneo durante lo Shabbat, ha spiegato che questa volta il passaggio è stato molto più fluido. I reparti avevano già definito in anticipo quali pazienti trasferire e dove collocarli. Se nella precedente escalation l’operazione aveva richiesto molte ore, ora il sistema è stato ottimizzato, riducendo drasticamente i tempi di evacuazione.
Le criticità , tuttavia, non mancano. Nei grandi spazi sotterranei i letti sono separati da tende divisorie blu e bianche, con inevitabili problemi di privacy. I corridoi stretti rendono complesso il passaggio di macchinari e attrezzature mediche, l’illuminazione è limitata e manca aria fresca. Una delle lezioni apprese in precedenza riguarda proprio il benessere del personale sanitario, a cui vengono concessi turni più brevi e pause regolari quando le sirene tacciono, per evitare stress eccessivo in ambienti chiusi.
Nel frattempo, secondo le linee guida nazionali, negli ospedali di tutto il Paese sono garantite solo attività essenziali, con sospensione della maggior parte degli interventi elettivi e delle prestazioni ambulatoriali non urgenti. Il bilancio degli attacchi è pesante. In un primo bombardamento una donna di circa quarant’anni è morta e decine di persone sono rimaste ferite. Nei giorni successivi ulteriori attacchi hanno provocato vittime e decine di feriti, inclusi bambini.
Durante la guerra di 12 giorni del 2025, 28 israeliani persero la vita e oltre 3.000 persone furono ricoverate. Ora il Paese si prepara a uno scenario simile o potenzialmente più grave. Il servizio di emergenza Magen David Adom ha elevato il livello di allerta al massimo, mobilitando migliaia di operatori e volontari, con ambulanze e unità di terapia intensiva mobili pienamente operative. Anche ZAKA ha rafforzato i controlli sui veicoli di emergenza e aggiornato le dotazioni logistiche.
Il Ministero della Salute ha inoltre invitato le strutture psichiatriche a restare attive, favorendo dimissioni anticipate quando possibile per liberare posti in caso di emergenza estesa. Le casse mutue hanno attivato linee telefoniche di supporto psicologico per aiutare la popolazione a gestire ansia e stress.
Non tutte le strutture, però, hanno dovuto trasferire reparti sottoterra. L’ospedale Assuta di Ashdod, inaugurato nel 2017 come primo ospedale pubblico completamente fortificato, è progettato per garantire assistenza continua anche sotto attacco. Reparti maternità , neonatologia e terapia intensiva neonatale sono già protetti. Una madre che ha partorito durante le sirene ha raccontato di non aver dovuto interrompere il travaglio né cambiare stanza, mantenendo accanto la stessa equipe medica in condizioni di sicurezza.
Nonostante la tensione, negli ospedali si sono vissuti anche momenti di raccoglimento. Allo Shaare Zedek Hospital di Gerusalemme si è tenuta una cerimonia di Havdalah per segnare la fine dello Shabbat, coinvolgendo famiglie e personale sanitario impegnato senza sosta tra cure mediche e gestione della sicurezza. Gli ospedali israeliani sottoterra rappresentano oggi non solo una misura di protezione, ma un simbolo di resilienza sanitaria in tempo di guerra, dove la continuità delle cure resta prioritaria anche sotto la minaccia dei missili iraniani.

