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Israele blocca le attività di 37 organizzazioni non governative non conformi

Israele ha confermato l’applicazione del divieto nei confronti di 37 organizzazioni non governative attive nel contesto degli aiuti a Gaza, dopo la scadenza del termine concesso per adeguarsi ai criteri richiesti dalle autorità israeliane.

La decisione arriva al termine di un processo di revisione durato diversi mesi, volto a verificare la conformità delle ONG alle normative in materia di sicurezza, trasparenza e legalità.

Secondo quanto comunicato dal governo, alle organizzazioni era stato chiesto di soddisfare una serie di condizioni obbligatorie per poter continuare a operare attraverso Israele o in coordinamento con le sue autorità. Tra i criteri principali figurava l’obbligo di registrazione formale e aggiornata, con la presentazione completa della documentazione legale, dello statuto e della struttura organizzativa.

Un altro requisito centrale riguardava la trasparenza finanziaria. Le ONG dovevano fornire un rendiconto dettagliato delle fonti di finanziamento, inclusi donatori privati, fondazioni e governi stranieri, oltre a presentare bilanci certificati e sottoporsi a controlli contabili indipendenti. Le autorità israeliane hanno sottolineato che tale misura è essenziale per prevenire l’uso improprio dei fondi umanitari.

Israele ha inoltre richiesto una dichiarazione esplicita di assenza di legami, diretti o indiretti, con organizzazioni classificate come terroristiche. Questo criterio includeva l’obbligo di verificare personale, partner locali e fornitori, nonché di impegnarsi formalmente a non collaborare con soggetti coinvolti in attività violente o illegali.

Tra le condizioni figurava anche l’impegno a cooperare con i meccanismi di supervisione israeliani, consentendo ispezioni, audit periodici e lo scambio di informazioni operative quando richiesto. Le ONG erano tenute a dimostrare che i loro progetti umanitari fossero esclusivamente civili e destinati alla popolazione, senza deviazioni verso scopi politici o militari.

Secondo le autorità, nonostante le proroghe concesse, le 37 organizzazioni interessate non avrebbero rispettato uno o più di questi requisiti entro la scadenza stabilita. Per questo motivo, Israele ha deciso di procedere con il blocco delle loro attività, precisando che la misura non è rivolta contro l’assistenza umanitaria in quanto tale, ma contro la mancata conformità alle regole.

Il governo ha ribadito che gli aiuti umanitari continueranno a essere facilitati attraverso organizzazioni che rispettano pienamente i criteri richiesti e che operano in modo trasparente e responsabile. Altre ONG, infatti, hanno superato il processo di revisione e continuano a lavorare in coordinamento con le autorità israeliane.

Organizzazioni per i diritti umani e alcuni attori internazionali hanno espresso preoccupazione per l’impatto che il divieto potrebbe avere sui civili a Gaza, sostenendo che la riduzione del numero di ONG attive potrebbe limitare l’accesso a servizi essenziali. Israele, da parte sua, afferma che la sicurezza nazionale e la prevenzione di abusi rimangono priorità imprescindibili e che l’assistenza deve avvenire entro un quadro normativo chiaro.

La vicenda evidenzia ancora una volta la complessità del bilanciamento tra sicurezza e aiuti umanitari in un contesto di conflitto prolungato. Il governo israeliano ha indicato che il sistema di criteri resterà in vigore anche in futuro e che eventuali nuove richieste di operatività saranno valutate secondo gli stessi standard di trasparenza, responsabilità e legalità.

In questo scenario, il dibattito sul ruolo delle ONG, sul controllo dei flussi umanitari e sulle condizioni per operare nelle aree di crisi continua a occupare un posto centrale nel confronto politico e diplomatico legato alla Striscia di Gaza e alla sicurezza regionale.

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