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Wed, Jan 7 2026
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RISING LION: Israele attacca l’Iran e uccide i vertici del regime

All’alba di oggi, il Medio Oriente è precipitato in uno scenario di guerra aperta che molti temevano ma pochi credevano imminente. Israele ha lanciato un’imponente offensiva aerea contro obiettivi militari e nucleari in territorio iraniano, in risposta alla crescente minaccia rappresentata dall’espansione del programma nucleare della Repubblica Islamica e dai continui attacchi tramite droni e milizie alleate.

L’operazione, dal nome “Rising Lion” (Il Leone che sorge), ha avuto l’effetto di un terremoto politico e strategico: le principali centrali nucleari iraniane sono state colpite, generali e comandanti di spicco delle Guardie Rivoluzionarie eliminati, e la capitale Teheran svegliata dalle sirene e dalle esplosioni.

Secondo fonti dell’IDF, oltre 200 jet da combattimento hanno partecipato all’attacco, penetrando in profondità nello spazio aereo iraniano attraverso corridoi radar disattivati grazie all’impiego congiunto del Mossad e di tecnologie di guerra elettronica all’avanguardia. L’obiettivo era chiaro: distruggere la capacità nucleare iraniana e decapitare la leadership militare che negli ultimi mesi aveva intensificato il sostegno a milizie ostili in Siria, Libano, Yemen e Iraq.

I bombardamenti si sono concentrati su diversi impianti strategici. Il sito di Natanz, cuore del programma di arricchimento dell’uranio, è stato tra i primi ad essere colpiti. Esplosioni multiple hanno generato fiamme e fumo visibili a chilometri di distanza. Khondab, sede di un reattore pesante e laboratorio di ricerca, ha subito danni ingenti. Anche Khorramabad e probabilmente Fordo, località protetta e sotterranea nei pressi di Qom, sono state raggiunte da missili di precisione.

Non sono stati colpiti soltanto impianti. A cadere sono state anche alcune delle figure più potenti e influenti del complesso militare e nucleare iraniano. Tra i morti confermati si trovano Hossein Salami, comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie; Mohammad Bagheri, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate; e Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aerospaziali della IRGC, noto per essere l’architetto dei sistemi missilistici iraniani. Insieme a loro, secondo fonti americane, sarebbero stati eliminati almeno quattro scienziati coinvolti nei programmi segreti di armamento nucleare, tra cui Fereydoon Abbasi e Mohammad Mehdi Tehranchi.

Le città maggiormente colpite sono, oltre a Teheran e Natanz, anche Tabriz, dove almeno due civili sono stati uccisi da un’esplosione secondaria legata probabilmente a un deposito militare. Complessivamente, secondo stime provenienti da fonti occidentali e confermate parzialmente dall’agenzia di stampa IRNA, i morti sarebbero almeno 78, con oltre 300 feriti, alcuni in condizioni gravissime. Molti dei feriti sono membri delle forze armate, ma tra le vittime si contano anche civili, inclusi residenti nelle vicinanze dei siti colpiti.

L’Iran non è rimasto a guardare. Nel giro di due ore, oltre un centinaio di droni sono stati lanciati verso Israele, in una risposta rapida ma fortunatamente inefficace. La maggior parte di essi è stata intercettata dallo scudo antimissilistico israeliano Iron Dome e da velivoli in volo di pattugliamento. L’IDF ha segnalato “nessun danno significativo” sul suolo nazionale. Tuttavia, la popolazione è in stato di massima allerta: scuole chiuse, rifugi aperti, riserve idriche e di carburante pronte per un’eventuale escalation.

In una dichiarazione televisiva trasmessa poche ore dopo gli attacchi, l’Ayatollah Ali Khamenei ha condannato Israele definendo l’operazione una “dichiarazione di guerra che non resterà impunita”. Ha promesso una “risposta devastante” nei tempi e nei modi scelti dall’Iran. Nelle strade di Teheran si sono tenute manifestazioni spontanee di protesta, ma sono emerse anche voci critiche verso la leadership, accusata di aver provocato una guerra catastrofica con il suo programma nucleare e le continue provocazioni regionali.

Sul piano internazionale, gli Stati Uniti hanno confermato di essere stati informati preventivamente dell’operazione. Il Presidente Donald Trump, ha definito l’azione israeliana “eccellente” e ha avvertito Teheran che “il peggio deve ancora venire”. La Casa Bianca, pur mantenendo una linea più moderata, ha ribadito il diritto di Israele a difendersi da minacce esistenziali. Russia e Cina hanno invece condannato apertamente l’attacco, accusando Israele di destabilizzare ulteriormente la regione.

Le Nazioni Unite hanno convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza, mentre l’Unione Europea ha invitato entrambe le parti a una de-escalation immediata. Tuttavia, la situazione appare ormai fuori controllo. Hezbollah, la milizia sciita libanese sostenuta da Teheran, ha minacciato un intervento diretto “in caso di ulteriori attacchi”. Anche i ribelli Houthi in Yemen, già responsabili di azioni contro Israele e Arabia Saudita, hanno dichiarato di essere “pronti a colpire ovunque”.

Nel frattempo, le operazioni israeliane sembrano tutt’altro che concluse. Fonti militari anonime riferiscono che l’obiettivo è smantellare ogni capacità offensiva iraniana nelle prossime 72 ore. Nuove ondate di bombardamenti sarebbero già pronte, con droni d’assalto e missili cruise in posizione d’attacco. L’IDF ha anche intensificato le attività di sorveglianza su Siria, Libano e Iraq, temendo l’azione di milizie alleate del regime iraniano.

Gli effetti collaterali dell’operazione si sono già fatti sentire a livello economico. I mercati internazionali hanno reagito con forte instabilità: il prezzo del petrolio è schizzato oltre i 105 dollari al barile, con picchi superiori al 110. Le borse hanno registrato cali marcati, in particolare nei settori energetico e industriale. L’indice VIX, misura della volatilità di Wall Street, ha toccato livelli che non si vedevano dal 2022. Anche le criptovalute hanno subito un’ondata di vendite.

Israele, da parte sua, ha rafforzato le misure di sicurezza in tutto il paese. Sono stati richiamati migliaia di riservisti, messi in stato di allerta i sistemi di difesa aerea Arrow e David’s Sling, chiuse le ambasciate in Medio Oriente, Africa e parte dell’Asia. Il premier israeliano ha definito l’operazione “un successo strategico” e ha promesso che Israele “non si fermerà finché il regime iraniano non sarà neutralizzato militarmente”.

L’eco di “Rising Lion” si sta diffondendo in tutto il mondo. Per la prima volta dal 1981, quando Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osirak, una potenza regionale ha colpito così duramente e apertamente le infrastrutture nucleari di un altro Stato sovrano. E, a differenza del passato, oggi le conseguenze potrebbero essere globali. Se l’Iran deciderà di rispondere con un attacco diretto, magari colpendo basi americane o interessi israeliani all’estero, il rischio di una guerra regionale diventerà una certezza. La comunità internazionale è a un bivio. L’alternativa è un cessate il fuoco mediato, ma al momento nessuna delle due parti sembra disposta a trattare. Le prossime ore saranno decisive.

Israele ha mostrato al mondo che non è disposto ad aspettare la costruzione di una bomba atomica a Teheran. Con l’operazione Rising Lion ha lanciato un messaggio chiaro: il diritto alla difesa è anche diritto alla prevenzione. E in un’area del mondo dove la sopravvivenza dipende spesso dalla rapidità della risposta, Israele ha scelto di agire prima di essere costretto a subire.

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