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Il peso del silenzio di Roi

Quando la musica del Nova Festival si è spenta, quella mattina del 7 ottobre 2023, nessuno poteva immaginare che stava per spegnersi anche la luce di centinaia di giovani vite. Tra loro c’erano Roi Shalev e Mapal Adam, due ragazzi innamorati, pieni di sogni e di vita.

In un istante, la festa si trasformò in incubo. I terroristi irruppero nel deserto, portando con sé urla, sangue e paura. Roi cercò di proteggere Mapal, di nasconderla, di tenerla al sicuro. Ma non poté farlo. Mapal cadde sotto i colpi, e lui rimase lì, fingendo di essere morto, il corpo accanto al suo, il cuore che smetteva di credere nel domani.
Sopravvisse. Ma da quel momento, ogni respiro divenne un peso. Per due anni, Roi ha vissuto con l’immagine di quell’attimo impresso nella mente. Gli amici raccontano che cercava di andare avanti, di trovare un senso, di dare voce alla memoria di Mapal. Ma il dolore era troppo grande. Il senso di colpa, la solitudine, l’angoscia di chi ha visto l’orrore e non riesce a liberarsene: ferite invisibili, ma mortali.
Pochi giorni fa, Roi ha deciso di arrendersi. Ha lasciato un messaggio pieno di tristezza: “Non ce la faccio più”. Poi, si è tolto la vita.
La sua morte ha scosso Israele. Non è solo la fine di una vita giovane, ma il simbolo di un dolore che non si è mai spento. Perché il 7 ottobre non è un giorno passato: continua a vivere nei ricordi, nei sogni spezzati, nelle cicatrici di chi è sopravvissuto.
Roi e Mapal volevano solo vivere. Volevano ballare, amare, sentire la musica e il vento del deserto. Invece, la violenza ha rubato tutto: a lei la vita, a lui la pace. Ora molti dicono che sono di nuovo insieme, e forse è vero. Ma nessuna consolazione cancella la crudeltà di ciò che è stato.
La loro storia ci obbliga a non dimenticare. Ci ricorda che dietro ogni nome c’è un cuore, un volto, una storia che merita di essere ascoltata. E ci insegna che il dolore dei sopravvissuti non finisce quando le telecamere si spengono.
Israele conosce la forza, ma anche la fragilità. Conosce la resilienza, ma sa che la memoria è il vero atto di coraggio. Ricordare Roi e Mapal non è solo un gesto di dolore: è una promessa di umanità. È dire al mondo che l’amore, anche trafitto dall’odio, non muore mai.
Roi non ce l’ha fatta, ma la sua voce resta. È un grido silenzioso che ci chiede di guardare, di ascoltare, di non voltare lo sguardo.
Perché la guerra non finisce quando tacciono le armi. Finisce solo quando il cuore riesce, finalmente, a ritrovare la pace.

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