Dopo il massacro del 7 ottobre, Israele ha avviato una vasta operazione guidata dalla forza NILI per identificare e colpire i responsabili di Hamas attraverso intelligence, AI e sorveglianza avanzata.
L’operazione NILI: caccia ai terroristi del 7 ottobre
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in cui circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero prese in ostaggio, Israele ha reagito istituendo una task force segreta d’élite chiamata NILI (“Netzach Yisrael Lo Yeshaker”, ossia “L’Eterno di Israele non mentirà”). Lo scopo ufficiale di questa unità è rintracciare, catturare o neutralizzare tutti coloro che hanno preso parte all’assalto, dalle figure minori fino ai vertici di Hamas. Come ha spiegato un ex dirigente dello Shin Bet, «il messaggio chiaro per i nemici futuri è far riflettere sul prezzo di un’operazione terroristica come quella».
Dalla lista dei nomi al “conto aperto” con gli assalitori
La lista di NILI include «tutti i gazawi identificati come penetrati in Israele il 7 ottobre, oltre ai leader di Hamas coinvolti nella pianificazione del massacro». Fonti come il WSJ e la stampa israeliana confermano che si tratta di migliaia di nomi: centinaia di sospetti sono già stati eliminati o arrestati nel corso delle operazioni. «Nessun partecipante è considerato troppo insignificante»: persino miliziani con ruoli secondari sono considerati bersagli legittimi.
Per esempio, l’uomo che guidò il trattore attraverso la breccia al confine, implicato nella carneficina è stato individuato e colpito in un raid due anni dopo. Tra gli obiettivi di NILI figurano anche i responsabili dei sequestri di ostaggi israeliani: per esempio i comandanti dei gruppi che tennero prigionieri Noa Argamani, Avitan Or ed Eitan Mor, tutti eliminati in attacchi mirati dalle forze di sicurezza israeliane.
NILI: il task force tecnologico
Per attuare questa caccia mirata, NILI combina tradizionali capacità di intelligence con strumenti tecnologici avanzati. Investigatori dello Shin Bet hanno analizzato migliaia di ore di riprese, GoPro indossate dai miliziani durante l’attacco, video dalle telecamere di sicurezza nelle comunità colpite e filmati pubblicati sui social, elaborandoli con software di riconoscimento facciale.
Analisi video e immagini: i filmati e le foto (GoPro, CCTV, social media) sono esaminati da algoritmi di riconoscimento facciale e automazioni per riconoscere tratti fisici, abiti, tatuaggi e voci.
Intercettazioni e tracciamento: in parallelo, si sfruttano intercettazioni telefoniche e dati di geolocalizzazione cellulare per confermare gli spostamenti e i contatti dei sospetti.
La combinazione di videoanalisi e dati telefonici (arricchita dall’incrocio dei big data e persino da modelli predittivi di intelligenza artificiale) trasforma ogni filmato o comunicazione vantata online dei miliziani in un indizio operativo concreto.
Intelligenza artificiale, intercettazioni e “due prove” per ogni bersaglio
Secondo quanto riferito da fonti israeliane al Wall Street Journal, un individuo viene inserito nella lista dei bersagli di NILI solo quando vi sono almeno due elementi di prova solidi che lo collocano in uno degli episodi di violenza del 7 ottobre. In pratica, gli analisti attendono di incrociare video, audio o testimonianze che confermino l’azione del sospetto in una delle scene dell’attacco. Parallelamente, l’uso di intercettazioni telefoniche e dati di localizzazione cellulare permette di convalidare i movimenti di questi sospetti. Alcuni osservatori internazionali menzionano inoltre l’impiego di sofisticati algoritmi di IA per assegnare “punteggi di rischio” agli individui sulla base di schemi comportamentali e indizi raccolti online, rendendo così ogni filmato o messaggio minaccioso un potenziale capo d’accusa.
Una campagna durante il cessate il fuoco
L’inchiesta del WSJ rivela che le operazioni di NILI sono proseguite anche dopo l’entrata in vigore della tregua con Hamas (ottobre 2025). Ad esempio, nel pieno del cessate il fuoco le forze israeliane hanno eliminato Izz al-Din al-Haddad, ultimo comandante militare di Hamas coinvolto nel 7 ottobre. Israele sostiene che ogni militante colpito rappresentava una «minaccia imminente» (per soldati o civili) e afferma che le azioni mirate restano compatibili con i termini formali della tregua.

