Due anni dopo il massacro del 7 ottobre 2023, Tel Aviv si è trasformata in un mare di luce, silenzio e bandiere. Oltre 30.000 persone si sono radunate al parco Yarkon per commemorare le vittime dell’attacco di Hamas e della guerra che ne seguì, in un evento segnato da lutto, dolore, ma anche da un profondo spirito di rinascita.
La cerimonia, organizzata dal movimento Kumu (“Risorgere”), fondato da sopravvissuti e familiari delle vittime e degli ostaggi, è diventata di fatto la principale commemorazione nazionale. Sul palco, volti noti e cittadini comuni si sono alternati per ricordare chi non c’è più e per chiedere, ancora una volta, il ritorno dei 48 ostaggi ancora prigionieri a Gaza.
L’evento si è aperto con un minuto di silenzio, seguito da testimonianze e canzoni che hanno accompagnato il pubblico in un viaggio collettivo nella memoria.
“Il 7 ottobre non è solo un giorno di dolore, ma di responsabilità”, ha detto Yonatan Shamriz, fratello di un ostaggio ucciso durante un tentativo di fuga. “Quel giorno ho promesso che saremmo risorti, e oggi lo dimostriamo. Questa generazione ricostruirà un Paese ferito, restituendogli vita e speranza.”
Sul palco, 48 sedie gialle vuote rappresentavano gli ostaggi ancora detenuti. Attorno, un’auto bruciata e un rifugio antiaereo crivellato di colpi ricordavano visivamente l’orrore di quella mattina. Gli spettatori indossavano magliette “Bring Them Home”, portavano cartelli con i volti dei propri cari e sventolavano bandiere israeliane con nastri gialli. Tra i momenti più toccanti, il duetto tra Yuval Raphael, sopravvissuto al festival Nova, e Daniel Weiss, del Kibbutz Be’eri, che ha perso entrambi i genitori. Le note di “What Do You Want From Me” di Hanan Ben Ari, eseguita da Eden Hason, hanno accompagnato la proiezione dei nomi delle vittime sullo schermo gigante, seguite da lunghi minuti di silenzio collettivo.
Le testimonianze dei familiari hanno dato voce al dolore di un Paese intero.
Hani Liderman-Pibenev, vedova di un poliziotto che combatté eroicamente quel giorno e che in seguito si tolse la vita, ha raccontato la sua lotta quotidiana contro il trauma. Mazi Eilon, la cui famiglia fu massacrata nel Kibbutz Kfar Aza, ha fatto ascoltare l’ultima chiamata radio del marito, comandante della sicurezza locale: “Resistete, non arrendetevi”, furono le sue ultime parole.
Tra i sopravvissuti saliti sul palco, Omer Shem Tov, liberato dalla prigionia a Gaza, ha ricordato chi è ancora là: “Da due anni 48 anime innocenti vivono l’inferno. Ogni giorno senza di loro è un giorno in cui non possiamo dirci liberi.
Il messaggio dominante della serata è stato chiaro: trasformare la tragedia in azione, la rabbia in ricostruzione. Molti oratori hanno chiesto l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta per chiarire i fallimenti che portarono al massacro. “Abbiamo il diritto di sapere come è potuto accadere”, ha detto Galit Dan, che perse la figlia tredicenne Noya e la madre Carmela a Nir Oz. “Vogliamo sconfiggere la paura e rinascere. Il ‘mai più’ deve essere reale, non solo una frase.” La cantante Eden Golan, rivolta al pubblico internazionale, ha concluso in inglese: “Per due lunghi anni, 48 vite sono rimaste prigioniere. Aiutateci a far sentire la loro voce, riportiamoli a casa.”
Il pubblico ha risposto all’unisono: “Everyone, now”, “Tutti, adesso”.
Mentre il governo ha scelto di tenere una commemorazione separata nei giorni successivi, molti israeliani hanno preferito partecipare a questo evento popolare, percepito come autentico e libero da connotazioni politiche. La serata si è conclusa con un momento di luce: migliaia di torce accese in silenzio, al ritmo della canzone “Hatikva”, l’inno nazionale, cantato con le lacrime agli occhi. Due anni dopo, Israele resta un Paese in bilico tra dolore e determinazione. Le ferite del 7 ottobre non sono guarite, ma nelle parole dei sopravvissuti e nelle voci delle famiglie risuona una promessa collettiva: non dimenticare, non arrendersi, continuare a vivere.
“Abbiamo perso tanto,” ha detto un giovane del Kibbutz Be’eri, “ma non perderemo anche la nostra umanità. È questo il modo in cui vinciamo.”

