Yom Kippur non è soltanto una ricorrenza religiosa: è un momento che ha attraversato i secoli, trasformandosi e assumendo nuovi significati, pur mantenendo al centro l’idea dell’espiazione, della riflessione e della purificazione.
Manca poco alla sua celebrazione: 25 ore dedicate al digiuno, alla preghiera, al silenzio interiore. In Israele, è un giorno in cui persino il ritmo del Paese si ferma, le strade si vuotano, i mezzi pubblici si fermano, il rumore si affievolisce, e per un istante sembra che tutta la nazione respiri all’unisono.
Le radici di Yom Kippur affondano nella Torah, specialmente nel libro del Levitico, dove viene istituito come giorno in cui il Sommo Sacerdote, una volta all’anno, entra nel Santo dei Santi del Tempio di Gerusalemme per richiedere perdono per il popolo d’Israele. Con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C., quel rito non fu più possibile; ma la comunità ebraica trasformò il rito sacrificale in preghiera, digiuno e confessione interiore, mantenendo vivo lo spirito dell’espiazione e del rinnovamento.
Il significato più profondo di Yom Kippur è che non basta chiedere perdono a Dio per i propri errori: se abbiamo mancato nei confronti di un’altra persona, dobbiamo riconciliarci con chi abbiamo offeso prima di poter essere “ripuliti” spiritualmente. È un giorno in cui l’anima è “afflitta” con il digiuno, si rinuncia a molte comodità, e ci si concentra sul bilancio di sé. Nel corso dei secoli, Yom Kippur si è adattato alle condizioni della diaspora e delle comunità senza Tempio. La sinagoga divenne il centro dell’osservanza, con preghiere articolate, confessioni collettive e un momento finale chiamato Ne’ilah, che simboleggia la chiusura delle porte celesti.
In Israele moderno, Yom Kippur trascende la religiosità stretta: molti laici partecipano anche solo “simbolicamente”, si astengono dal traffico o dal consumo, e le differenze sociali, ideologiche, religiose sembrano attenuarsi. È diventato un momento in cui l’intero Stato si ferma, in un silenzio collettivo che sembra ricordare: “siamo insieme, anche nel sospetto, nel disagio, nelle ferite”. Un’immagine che pochi altri paesi al mondo conoscono. Il ricordo della guerra del 1973 è impigliato in Yom Kippur stesso: quel giorno, nella sorpresa dell’attacco da parte di Egitto e Siria, l’intero senso del giorno sacro divenne tragicamente concreto. L’“accensione” della guerra proprio nel giorno dell’espiazione segnò una ferita che la memoria nazionale ha impresso a lungo.
Oggi, dopo il 7 ottobre 2023, Israele vive una prova che richiama quel passato con una forza dolorosa. L’attacco improvviso, la guerra che ne è seguita, le vite spezzate, i rapiti lontani: tutto ciò pesa come un macigno sul tessuto collettivo. Le ferite psichiche e sociali sono profonde, e molti giovani portano cicatrici invisibili. Eppure, in mezzo a questa tempesta, risplende un tratto che emerge con forza: la resilienza israeliana. Oltre alle sirene, ai combattimenti, alle perdite, Israele ha dimostrato capacità di reagire, di adattarsi, di mobilitare risorse civili e tecnologiche per sostenere feriti, famiglie, bambini. La rete di solidarietà interna non è solo una risposta: è espressione viva dello spirito nazionale che non si arrende.
In nome di Yom Kippur, quest’anno il richiamo assume una doppia forza: è un invito al silenzio e alla riflessione, ma anche a fare memoria delle vittime e a stringersi nella volontà di ricostruire. È il momento di chiedersi: cosa abbiamo imparato? Dove possiamo essere migliori? Come possiamo restare uniti, nonostante le divisioni e le prove? Yom Kippur, da un lato, ci connette ai nostri padri e alle nostre radici; dall’altro ci chiama a guardare al domani. Non è solo un giorno di pentimento: è una bussola per scegliere come risorgere, come restare vivi nella memoria e nello spirito. In questi tempi di dolore, che Israele attraversa con coraggio, quel giorno sacro ci parla con voce antica e insieme urgente: fermati, rifletti, rinnova.

