Per il 2025, i riservisti dell’IDF sono stati nominati “Persone dell’Anno” in un progetto speciale che mette in luce il ruolo cruciale e il prezzo personale pagato da queste donne e uomini nel corso di un anno segnato da chiamate continue al servizio militare, in un contesto di conflitto protratto.
Le loro storie raccontano retroscena di sacrifici profondi, impatti sulle famiglie, sfide quotidiane e una profonda dedizione alla difesa del Paese.
Molti riservisti hanno dovuto interrompere la propria vita civile, abbandonando le proprie attività lavorative, studi e momenti familiari per rispondere agli ordini di richiamo. Alcuni hanno completato centinaia di giorni di servizio consecutivi, affrontando rotazioni intense senza pause significative, lasciando dietro di sé famiglie, lavori e progetti personali. La pressione è stata enorme, non solo sul fronte operativo ma anche nelle relazioni familiari e nella sfera economica personale.
Una delle storie più toccanti è quella di Hadas Krisi, che ha deciso di entrare nelle riserve poco dopo la nascita della sua figlia più piccola. Con determinazione e spirito di servizio, ha raccontato come abbia scelto di servire nonostante le sfide di essere madre di due bambini piccoli. Hadas è diventata un simbolo per molti, dimostrando che il senso di dovere verso la patria può coesistere con la cura della famiglia.
Un altro riservista, Nir Issachar, ha trasferito la sua esperienza sul campo direttamente in politica, portando la voce dei soldati ordinari alla Knesset. Dopo aver servito centinaia di giorni in prima linea e al confine con il Libano, Issachar ha deciso che la sua missione non doveva fermarsi con il servizio militare ma continuare anche in ambito legislativo, per migliorare le condizioni e il riconoscimento per chi presta servizio nelle riserve.
La lista delle storie include anche Osher Partuk, il cui business ha subito gravi ripercussioni a causa delle chiamate continue al servizio. Nonostante la pressione economica, la responsabilità verso i suoi uomini e il desiderio di proteggere la propria comunità non gli hanno impedito di continuare a servire con dedizione. La sua esperienza rivela come la guerra non colpisca solo chi è al fronte ma anche chi, nella vita civile, lotta per mantenere un equilibrio tra obblighi professionali e chiamate militari.
Molti riservisti hanno subito ferite fisiche e psicologiche che hanno richiesto mesi di riabilitazione. Tuttavia, la guarigione non è solo fisica: molte cicatrici restano invisibili, legate al trauma, alla perdita di compagni di squadra e alla costante pressione psicologica di tornare in prima linea. Per alcuni, i ricordi dei compagni caduti sono una ferita che non si rimargina facilmente, e ogni giorno di servizio porta con sé il peso delle vite perse e delle famiglie devastate.
I racconti raccolti rivelano anche l’impatto emotivo sui familiari dei riservisti, costretti a gestire la quotidianità senza il supporto del proprio congiunto, con figli che piangono la partenza, partner che sostengono da soli la famiglia e tensioni accumulate nel tempo. La resilienza delle famiglie è spesso stata sottolineata come un elemento fondamentale per consentire ai riservisti di continuare a servire, perché senza il sostegno domestico molte scelte di servizio sarebbero impossibili.
Questo riconoscimento dell’IDF come “Persone dell’Anno” vuole non solo celebrare il valore e il coraggio di chi mette la patria prima di sé, ma anche riconoscere il costo umano, sociale ed economico del servizio continuo. Le storie di questi uomini e donne rispecchiano non solo l’impegno militare ma anche il tessuto sociale che sostiene la sicurezza nazionale in un periodo di conflitto prolungato.
Guardando al futuro, molti riservisti esprimono un desiderio condiviso: che le loro esperienze possano portare a una maggiore comprensione pubblica delle sfide di chi serve, e a politiche più efficaci per sostenere sia chi è chiamato alle armi sia le famiglie che restano a casa. Le testimonianze di questi riservisti rimangono un monito potente sul prezzo del dovere, ma anche una fonte di speranza per la coesione sociale e il futuro del Paese.

