Ex-prigioniero di Hamas, Omer Wenkert, liberato dopo 505 giorni di cattività, racconta con cruda chiarezza come, nonostante l’isolamento dal mondo esterno, riusciva a percepire ogni fallimento dei negoziati per il cessate il fuoco.
I suoi carnefici si sono scatenati contro di lui ogni volta che un accordo veniva meno o quando un esponente di spicco di Hamas veniva eliminato, infliggendogli violenze, umiliazioni e duri esercizi fisici per sottometterlo. Per loro, era tutta una questione di distruggere la sua dignità.
L’incubo ha avuto inizio nella notte del 7 ottobre 2023. Quella sera, Wenkert si é recato al festival musicale Nova insieme alla sua migliore amica, Kim Damti, per la quale aveva prenotato i biglietti pochi minuti dopo mezzanotte, giungendo alcune ore più tardi. All’alba, intorno alle 6:30, le sirene hanno iniziato a suonare, costringendolo, insieme a Damti, a rifugiarsi in un bunker. Lì, il caos ha preso piede: Wenkert ha ricordato che l’ultimo orario segnato sul suo orologio fu alle 7:29, quando i terroristi hanno iniziato a urlare ordini e una granata esplose, scatenando un’ondata di terrore. I nemici hanno innescato poi un incendio nel rifugio, soffocando gli occupanti con fumo e detriti, mentre la disperazione si diffondeva rapidamente.
Nel bel mezzo di quella tragedia, Omer Wenkert ha sentito un grido disperato di aiuto provenire da Damti, la cui sorte sarebbe stata confermata solo giorni dopo con la scoperta del suo corpo. In quell’istante, nonostante girassero voci sull’arrivo dell’IDF, la situazione precipitò ulteriormente: il fragore degli spari e l’inevitabile caduta di una granata – salvata miracolosamente da una ragazza coraggiosa che la scagliò fuori dal rifugio – fecero comprendere a Wenkert la dura realtà: era il bersaglio. Quando uno dei terroristi gli dichiarò che non sarebbe stato ucciso, ha capito di essere stato catturato. Nei momenti seguenti, in un turbine di paura e rassegnazione, é stato legato, costretto su un pickup e trasportato a Gaza in dieci minuti.
Giunto a Gaza, la situazione é peggiorata ulteriormente. Tra la folla, anche i bambini partecipavano al caos, e Wenkert é venuto rapidamente spinto sottoterra. In un tunnel buio ha incontrato altri prigionieri, tra cui quattro thailandesi e Liam Or, il quale sarebbe stato successivamente rilasciato. Le condizioni erano disumane: pervasi da continui pestaggi, oscurità più totale e una scarsissima disponibilità di cibo e acqua. In ogni circostanza, Wenkert si é rifiutato di mostrare debolezza, sfidando i suoi carnefici con una risolutezza ferrea: “Se volete picchiarmi, picchiatemi pure. Se volete inveirmi, inveite. Se non volete darmi da mangiare, fate come vi pare.” La sua determinazione a non farsi sottomettere era palpabile.
Il clima di violenza si aggravava ogni qualvolta le notizie dall’esterno filtravano nella prigionia. Le reazioni dei suoi carcerieri, che si scatenavano con violenze ogni volta che un accordo veniva meno o quando venivano riportate morti di ufficiali di Hamas, erano il triste termometro della situazione. In un episodio particolarmente brutale, proprio nel giorno del suo compleanno, un terrorista lo aggredì con un’asta di ferro, infliggendo ferite che lo segnalarono profondamente. Eppure, anche in quel momento di estrema umiliazione e dolore, Wenkert trovò in sé la forza di non cedere: fissò il suo aggressore negli occhi, decidendo che quel giorno, pur essendo il punto più basso della sua vita, sarebbe stato anche l’inizio della sua rinascita.
Con il passare del tempo, altri prigionieri si sono uniti a lui, rafforzando il legame creato dalla sofferenza condivisa. Tal Shoham, Evyatar David e Guy Gilboa-Delal hanno assunto ruoli differenti: dalla gestione delle razioni alimentari all’igiene, fino a fungere da guida spirituale. Mentre alcuni, come Liam Or, sono stati rilasciati in base a temporanei accordi di cessate il fuoco, l’incertezza regnava sovrana. Wenkert ha trascorso quasi 200 giorni in isolamento in una cella di un metro quadrato, trascorrendo due ore al giorno a parlare con se stesso, cercando di mantenere intatta la propria identità.
Nonostante la brutalità e il costante pericolo di morte, Wenkert ha scelto di non nutrire alcun desiderio di vendetta nei confronti dei suoi aguzzini. “Non penso affatto a loro. Non ho alcun interesse, non mi darebbe soddisfazione,” ha dichiarato. Al contrario, trova conforto nella certezza che, alla fine, i carnefici resteranno intrappolati nella loro stessa malvagità, mentre lui potrà ricostruire la propria vita. La sua liberazione é stata segnata da un momento toccante: mentre si esibiva sul palco, ha visto due compagni di prigionia, Evyatar David e Guy Gilboa-Delal, salutarlo da una furgonetta, un gesto che ha sancito il profondo legame forgiato nell’adversità.
Ora, con la libertà finalmente riconquistata, Omer Wenkert guarda al futuro con speranza. Il suo sogno più grande è diventare padre, simbolo di una nuova vita che emerge dalle tenebre. Eppure, anche in questo rinnovato spirito, rimane fermo nel suo proposito: “Non mi fermerò finché non tornerete,” ha detto, rivolgendo quelle parole anche ai suoi ex carnefici, esprimendo la sua incrollabile volontà di vedere rientrare anche chi è ancora prigioniero.
La storia di Wenkert è un inno alla sopravvivenza e alla resilienza, un potente monito sulla brutalità della prigionia e sulla forza insita nello spirito umano di fronte alle condizioni più disumane. Anche se il ricordo del dolore e delle ferite rimane, la sua liberazione rappresenta non solo una vittoria personale, ma anche un simbolo della capacità di riconquistare la vita, rifiutando di essere definito dalla violenza subita.

