Non si può misurare la polvere che hanno inghiottito. Per oltre 500 giorni, una unità di commando d’élite dell’IDF ha vissuto una unica estenuante realtà: il combattimento nel cuore di Gaza, missioni pericolose, il peso della nazione sulle spalle.
Ora, finalmente fuori, avevano bisogno solo di una cosa: un attimo per respirare.
Hanno prenotato una sola notte a “Eretz Hatzvi”, a Kfar Adumim, un punto di sosta prima di affrontare un’escursione rigenerante nel deserto verso il Mar Morto. Ma quando il proprietario ha capito chi fossero – questi giovani uomini che avevano dato due anni della loro vita per Israele – il piano è cambiato.
Il denaro non contava più. Il proprietario non solo si è rifiutato di prendere un solo shekel, ma ha aperto loro l’intero campus, cucinando per loro e fornendo una montagna di legna per un falò che curasse l’anima.
Un gesto puro, spontaneo, che ha valso più di mille medaglie. Come ha raccontato uno dei commando: “Abbiamo attraversato due anni davvero difficili. Il modo in cui quest’uomo ci ha trattato, dando via tutto il suo campus gratuitamente, ci ha restituito il sorriso.”
In un’epoca di perdite e dolore, questo non è solo un atto di ospitalità. È l’essenza di ciò che amiamo del nostro Paese: la consapevolezza che, anche quando si combatte la battaglia più oscura, c’è sempre una casa, un fuoco e un cuore che attende di abbracciare i suoi figli.
Am Israel Chai

