Il 7 ottobre 2023, nelle prime ore del mattino, la tranquilla routine della base Nahal Oz dell’IDF, situata a soli 850 metri dal confine con la Striscia di Gaza, fu brutalmente interrotta da un assalto senza precedenti.
Questo avamposto militare, che fungeva sia da postazione in prima linea sia da centro di comando per le operazioni di sorveglianza, si é trasformato rapidamente nel fulcro di un attacco devastante, rivelando gravi fallimenti sistemici e vulnerabilità critiche. Nonostante la presenza di 162 soldati, di cui 90 armati (con solo 81 soldati da combattimento effettivi), la base non era in grado di resistere all’assalto organizzato a terra lanciato da circa 215 terroristi di Hamas.
La base Nahal Oz, posizionata strategicamente vicino al confine con Gaza, svolgeva un doppio ruolo: da un lato ospitava soldati in prima linea, e dall’altro fungeva da centro operativo per l’Unità di Raccolta Informazioni di Combattimento 414 del Corpo Difesa Frontiera, in cui operavano anche numerose soldatesse addette alla sorveglianza. In quella tragica mattinata, l’assalto si é trasformato in un incubo. L’attacco, pianificato con minuzia, ha fatto emergere criticità sia nelle infrastrutture – come le mura perimetrali caratterizzate da fessure e aperture – sia nei protocolli di emergenza, che non avevano previsto una risposta a un attacco di portata così ampia e su terreno.
Le prime ore del mattino hanno visto una serie di eventi che avrebbero preannunciato il disastro imminente. Intorno alle 4:00, la base ha ricevuto un allarme dovuto al contatto di un elemento con la barriera di sicurezza al confine; un episodio che, sebbene inizialmente sembrasse di poco conto, preannunciava il caos successivo. A seguito di ulteriori segnalazioni sospette, le consuete pattuglie, previste per le 5:30, sono state improvvisamente fermate. In particolare, una pattuglia é stata richiamata per un richiamo dovuto ad un ritardo di tre minuti, mentre le altre, già in movimento, si sono trovati ad affrontare una realtà in rapido mutamento.
Alle 6:29, Hamas ha scatenato un primo lancio di oltre 1.000 razzi, principalmente diretti verso altre basi militari e postazioni lungo il confine con Gaza. La reazione dei soldati é stata quella di dirigersi verso i rifugi antiaerei, una mossa che, pur essendo una prassi consolidata in caso di attacco aereo, si é rivelata inadeguata di fronte a un assalto da terra. Già alle 6:31, le operatrici di sorveglianza rilevarono l’avvicinarsi di due squadre di terroristi armate di dispositivi esplosivi, e pochi minuti dopo furono fatti esplodere ordigni contro le recinzioni di filo spinato che circondavano la base.
L’attacco ha preso forma in maniera coordinata: i terroristi hanno sfruttato le aperture e le fessure nelle mura perimetrali per aprire il fuoco dall’esterno, mentre hanno cercato di penetrare all’interno della base. Un punto critico emerse dal fatto che alcuni posti di guardia, specialmente quelli rivolti verso Gaza, risultavano spesso disabitati. La presenza di un unico soldato di guardia in un punto strategico non é stato sufficiente a respingere l’assalto, e ben presto Hamas, grazie a una raccolta di informazioni meticolosa nel corso degli anni, ha saputo esattamente quali fossero i punti deboli della struttura: dall’organizzazione interna, ai rifugi antiaerei e alla distribuzione delle postazioni di sorveglianza. Documenti di intelligence, reperiti dall’IDF durante l’offensiva a terra, hanno rivelato dettagli comparabili a quelli delle operazioni speciali, comprendendo persino la disposizione dei dormitori dei comandanti e la percentuale di soldati armati rispetto a quelli non armati.
Il piano dei terroristi prevedeva di penetrare la base in circa 15 minuti dal superamento del confine – una stima che si é avvicinata terribilmente alla realtà, poiché, sebbene l’entrata fu leggermente posticipata, i rinforzi promessi impiegarono ore per arrivare.
Nel corso dell’assalto, la base é diventata teatro di un inferno militare: i soldati, colpiti da un continuo bombardamento di razzi, hanno dovuto affrontare scontri ravvicinati con gruppi di terroristi che, dopo aver abbattuto parti della barriera, sono entrati in campo. Il fuoco incessante, combinato con il lancio di granate e altri ordigni, ha trasformato la base in una zona di guerra in cui il caos e la disperazione si sono mescolati ad episodi di eroismo disperato.
Durante la battaglia, i soldati hanno cercato di organizzare una difesa improvvisata, ma le linee di comunicazione sono crollate rapidamente. Le istruzioni si sono fatte confusionali e, nonostante le chiamate disperate per rinforzi, il tempo é sembrato non avere più valore. Nel tentativo di contenere l’invasione, alcuni soldati si sono adoperati per coprire i compagni e respingere gli attacchi, tra cui un beduino che ha deciso di rimanere sul campo per difendere le operatrici di sorveglianza, pur sapendo di essere destinato a un sacrificio.
Dopo l’assalto, l’IDF ha avviato un’indagine approfondita per ricostruire gli eventi e identificare i punti deboli che avevano permesso il crollo della base. La commissione, guidata dal Colonnello Ido Kas della 551ª Brigata dei Paracadutisti di Riserva, ha impiegato centinaia di ore nell’analisi delle comunicazioni radio, delle riprese delle telecamere di sorveglianza – comprese quelle installate sui carri armati – dei messaggi scambiati su WhatsApp e delle registrazioni effettuate dagli stessi terroristi. Quasi ogni sopravvissuto é stato intervistato, inclusi coloro che in seguito sono stati fatti prigionieri.
L’indagine ha portato alla luce una serie di gravi inadempienze: la mancanza di un sistema di allarme efficace per segnalare un imminente attacco, l’assenza di protocolli specifici per gestire un assalto a terra e la mancanza di esercitazioni pratiche in scenari di invasione. Documenti interni che descrivevano possibili minacce non prevedevano misure per proteggere il personale non armato, lasciando la base vulnerabile. Inoltre, l’infrastruttura, progettata per resistere a bombardamenti aerei, non era idonea ad affrontare un attacco su larga scala da terra.
Un ulteriore elemento drammatico é emerso dalla capacità di Hamas di raccogliere informazioni dettagliate sulla base nel corso degli anni. Attraverso l’uso di droni, il monitoraggio dei social media dei soldati e l’analisi delle comunicazioni pubbliche dell’IDF, il gruppo terrorista é riuscito a creare un dossier completo che includeva la disposizione dei rifugi antiaerei, le baracche, le stanze dei generatori, le antenne di comunicazione, le telecamere di sorveglianza e perfino il layout della sala operativa. Tale conoscenza dettagliata ha permesso ai terroristi di pianificare l’attacco in modo quasi chirurgico, individuando il momento ottimale per agire – quando la presenza di soldati era ridotta, ad esempio nei fine settimana – e prevedendo con sorprendente precisione i tempi necessari affinché le truppe di rinforzo potessero giungere.
Hamas aveva addirittura stimato che, una volta superato il confine, sarebbe stato possibile raggiungere e penetrare nella base in meno di 15 minuti, superando così i tempi di reazione delle forze di supporto. Sebbene in realtà l’assalto richiese qualche minuto in più, i rinforzi tardarono ore ad arrivare, evidenziando un divario critico tra la pianificazione nemica e la capacità di risposta dell’IDF.
Mentre il caos si diffondeva all’interno della base, il combattimento si svolgeva su più fronti. I soldati, colpiti da razzi e da scontri ravvicinati, cercavano disperatamente di organizzare una difesa. In particolare, il tentativo di coprire i soldati addetti alla sorveglianza – molti dei quali non erano armati – divenne un simbolo dell’eroismo individuale in mezzo a un fallimento sistemico. Tra le azioni eroiche, spicca quella del beduino, il cui sacrificio fu esemplare: pur sapendo di non poter fermare l’ondata di terroristi, rimase a proteggere le operatrici, pagando con la vita il suo coraggio.
L’assalto vide anche il coinvolgimento di gruppi di soldati provenienti da altre unità, come la Brigata Golani, i paracadutisti della 551ª Brigata e unità specializzate della polizia. Tuttavia, a causa del caos e delle comunicazioni frammentarie, i rinforzi arrivarono troppo tardi, e in molti casi, i tentativi di riconquistare la base fallirono sotto il fuoco nemico. Gli scontri, che durarono diverse ore, culminarono in una situazione disperata: la base, ormai invasa, vide la perdita di 53 soldati e il rapimento di 10 altri, un bilancio umano che lascia un segno indelebile nella memoria della nazione.
Una ricostruzione dettagliata degli eventi mostra come il tempo giocò un ruolo fondamentale nel tragico epilogo di quella mattinata. Dopo il primo allarme alle 4:00, i soldati della base si prepararono per la pattuglia, ma l’accumularsi di segnali di allarme spinse i comandanti a trattenere le unità. Alle 6:29, con il lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, il sistema di difesa fu messo a dura prova. Poco dopo, alle 6:31, le operatrici di sorveglianza rilevarono le prime forze nemiche, mentre alle 6:33 e 6:34 venivano fatti esplodere ordigni contro il recinto di filo spinato. Nel giro di pochi minuti, la situazione precipitò: i terroristi raggiunsero le mura della base, aprendo il fuoco dall’esterno e sfruttando ogni breccia per penetrare.
Nonostante alcuni tentativi di controffensiva, come lo sforzo di alcuni soldati della Brigata Golani che cercarono di difendere i punti d’accesso, il caos e la disorganizzazione resero vano ogni tentativo di contenere l’assalto. Le truppe che avevano intrapreso una missione di pattuglia vennero rapidamente aggredite e costrette a ritirarsi, contribuendo ulteriormente al disordine generale.
Dopo che la base fu dichiarata “liberata” alle 17:00, le indagini interne rivelarono una serie di gravi carenze. L’indagine, condotta dal Colonnello Ido Kas, sottolineò come l’IDF non fosse preparata per fronteggiare un attacco terrestre su vasta scala, soprattutto in una struttura progettata principalmente per resistere a bombardamenti aerei. Le lacune procedurali, l’assenza di esercitazioni specifiche e la mancanza di un sistema di allarme efficace furono evidenziate come cause primarie del disastro.
Il rapporto mise in luce come, nonostante il coraggio e la determinazione dei soldati – che, in condizioni estreme, si strinsero attorno ai compagni per difendere le postazioni di sorveglianza e le aree di comando – le strutture organizzative e difensive fossero profondamente inadeguate. Le comunicazioni frammentate e il ritardo nell’arrivo dei rinforzi accentuarono ulteriormente la sensazione di abbandono e il fallimento sistemico dell’operazione.
Tra le numerose tragedie emerse dalla cronaca della battaglia, alcuni atti di eroismo individuale risplendono nel buio della tragedia. Ad esempio, il tracciatore beduino, consapevole del pericolo, scelse di rimanere sul campo per proteggere le operatrici di sorveglianza, offrendo la sua vita in un gesto di incommensurabile sacrificio. Allo stesso modo, alcune soldatesse, pur essendo scarsamente armate, si battettero con tenacia per proteggere i punti nevralgici della base, dimostrando un coraggio che sfida ogni logica in una situazione così disperata.
Questi atti eroici, per quanto isolati, furono oscurati dall’immensa portata del fallimento sistemico che portò alla caduta della base. Il rapporto dell’indagine, pur riconoscendo la straordinaria determinazione dei singoli soldati, sottolineò che l’assenza di preparazione e la mancanza di protocolli adeguati furono le vere cause del disastro. L’analisi dell’attacco a Nahal Oz ha aperto un dibattito acceso all’interno dei vertici militari e tra gli analisti della sicurezza nazionale. Le carenze rivelate richiedono una revisione radicale dei protocolli di sicurezza e delle strategie difensive. È evidente che, in un contesto in cui le minacce si evolvono e assumono forme sempre più asimmetriche, le infrastrutture e le procedure devono essere continuamente aggiornate per rispondere efficacemente agli attacchi moderni.
L’indagine ha evidenziato come l’uso avanzato di intelligence da parte di gruppi terroristi, in questo caso Hamas, rappresenti una minaccia reale quando viene sfruttato contro strutture che non hanno subito adeguati aggiornamenti in termini di difesa e preparazione. La capacità di Hamas di mappare dettagliatamente la base e di prevedere i momenti di minor presidio ha messo in luce la necessità di una maggiore integrazione tra tecnologia, intelligence e formazione tattica per evitare che simili tragedie si ripetano in futuro.
La tragica caduta della base Nahal Oz rappresenta non solo una sconfitta tattica, ma anche un monito sul bisogno di rivedere e rafforzare le difese militari di fronte a minacce sempre più sofisticate. L’eroismo dei singoli soldati, sebbene ammirevole, non può essere sufficiente a compensare le gravi lacune organizzative e procedurali che hanno permesso a un attacco così coordinato di avere successo. Il rapporto dell’indagine impone un esame critico dei sistemi di allerta e di difesa, nonché un aggiornamento urgente delle infrastrutture e dei protocolli operativi.
Mentre la base veniva riconquistata e l’operazione di pulizia portata a termine, il bilancio umano – 53 morti e 10 prigionieri – rimane un doloroso promemoria dei costi di una preparazione insufficiente. La storia di Nahal Oz, segnata da atti di coraggio e al contempo da gravi errori strategici, costringe le autorità a intraprendere un percorso di riforma profonda, affinché simili tragedie non possano più ripetersi.
Questo tragico episodio, con le sue lezioni amare, spinge verso una riflessione profonda su come le moderne minacce richiedano risposte altrettanto moderne e flessibili. La memoria dei caduti e il coraggio dei sopravvissuti devono fungere da stimolo per una rinnovata attenzione alla sicurezza e alla protezione delle frontiere, in un mondo in cui l’innovazione tecnologica e le strategie nemiche si evolvono a ritmi vertiginosi.

