L’operazione Roaring Lion (Epic Fury per gli USA) può essere descritta come la prima guerra dell’intelligenza artificiale nella storia militare. Se a Gaza l’IA era un “pilota di prova”, oggi è diventata il motore principale delle operazioni contro l’Iran: dalla pianificazione degli attacchi alla gestione di centinaia di aerei contemporaneamente nello stesso spazio aereo.
Rispetto alla Seconda guerra mondiale, quando tra raccolta d’intelligence e bombardamento potevano passare mesi, l’IA riduce la finestra tra individuazione e distruzione di un obiettivo a pochi minuti o secondi. In Iraq servivano 2.000 analisti per identificare i bersagli, mentre nell’attuale operazione contro l’Iran lo stesso lavoro è stato svolto da circa 20 militari grazie ai sistemi automatizzati.
Project Maven, droni autonomi e l’IA al servizio degli USA
Il Comando Centrale USA (CENTCOM) utilizza Project Maven, annunciato nel 2017, integrando modelli linguistici avanzati come Claude di Anthropic, e ora anche quelli di OpenAI e xAI, per sintetizzare in tempo reale enormi volumi di intelligence. I sistemi scandagliano migliaia di ore di video dai droni, riconoscendo veicoli, persone e tipi di armamento, e presentano agli operatori una lista filtrata di potenziali obiettivi.
Software sviluppati da Palantir aiutano il Pentagono a trasformare questi dati in decisioni operative e scelte di targeting. Parallelamente, il programma Replicator punta a schierare migliaia di droni, mezzi navali e veicoli autonomi, molti dei quali sono presumibilmente impiegati contro l’Iran, inclusi sciami di droni LUCAS completamente autonomi che comunicano tra loro e colpiscono radar iraniani in modalità “kamikaze”.
Israele e i sistemi Habsora, Lavender e Bina
Israele, secondo fonti estere, ha utilizzato e aggiornato in questa fase sistemi d’IA come Habsora (“Il Vangelo”) e Lavender, già impiegati nella guerra a Gaza. Habsora si concentra su edifici e infrastrutture: incrocia immagini satellitari, intercettazioni e fonti umane per generare automaticamente raccomandazioni su obiettivi strategici come siti nucleari, impianti petroliferi e basi dei Guardiani della Rivoluzione.
Lavender, invece, è focalizzato sulle persone: elabora dati di sorveglianza, reti sociali e cronologie di movimento, assegnando un punteggio da 1 a 100 e segnalando come target militare chi supera una certa soglia. Un altro sistema, soprannominato “Where’s Daddy?”, traccia in tempo reale i soggetti contrassegnati e avvisa gli operatori quando entrano in un determinato edificio, completando la catena di targeting.
In parallelo, secondo il Financial Times, Israele ha controllato quasi tutte le telecamere del traffico a Teheran, reindirizzandone i flussi verso server in Israele, dove algoritmi d’IA hanno analizzato movimenti e turni delle scorte dei vertici iraniani, compreso Khamenei. A orchestrare la rivoluzione interna all’IDF è la nuova divisione d’IA “Bina”, creata pochi mesi fa per unificare le unità tecnologiche e “trasformare un carro armato in 100 carri armati e un soldato in 100 soldati”, come ha dichiarato il generale Aviad Dagan.
IA e difesa dei cieli di Israele
Sul fronte difensivo, i cittadini israeliani hanno sperimentato direttamente la potenza dell’IA nel sistema di difesa missilistico integrato. Quando vengono lanciati simultaneamente diversi tipi di missili contro Israele, algoritmi di “sensor fusion” integrano in millisecondi dati da radar e sensori navali, aerei e terrestri, israeliani e americani, per decidere quale intercettore usare contro ogni minaccia.
Unità Ofek 324 dell’Aeronautica israeliana gestisce due grandi sistemi informatici: uno che fornisce il quadro completo del traffico aereo e uno dedicato alle minacce balistiche in tempo reale, con un ulteriore sistema di comando e controllo che coordina l’intera rete. Grazie a questi algoritmi, l’IDF può non solo fermare i missili in volo ma anche generare rapidamente coordinate per colpire i lanciatori iraniani pochi secondi dopo la loro individuazione.
Gli stessi modelli matematici alimentano il sofisticato sistema di allerta civile: l’IA calcola il punto di impatto previsto di ogni missile diretto verso Israele e invia sirene e notifiche solo nelle aree effettivamente a rischio, riducendo panico e interruzioni inutili.
Etica, Big Tech e lo scontro con Anthropic
La centralità nella guerra dell’intelligenza artificiale sta aprendo un fronte etico e politico tra Pentagono e Big Tech. Anthropic, la società dietro il modello Claude, ha imposto due linee rosse: niente sorveglianza di massa dei civili e niente armi completamente autonome, sostenendo che gli attuali sistemi non sono abbastanza affidabili per decidere da soli sulla vita umana.
Dopo frizioni legate all’uso militare dei suoi modelli, le trattative con il Pentagono sono saltate e il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha etichettato l’azienda come “rischio per la sicurezza nazionale”, mentre il presidente Trump ha ordinato alle agenzie federali di interrompere l’uso dei suoi modelli – salvo poi continuare a impiegarli nella pianificazione degli attacchi in Iran. Nel frattempo OpenAI e Google stanno negoziando per integrare i loro modelli (incluso Gemini) nei sistemi militari statunitensi, mostrando quanto la linea di confine tra tech civile e guerra sia ormai sottile.
Israele e la NATO insistono sul principio del “human in the loop”: le decisioni finali, soprattutto quando riguardano vite umane, restano nelle mani di comandanti in carne e ossa, mentre l’IA fornisce analisi e raccomandazioni. L’argomento, in particolare dal punto di vista israeliano, è che una maggiore precisione algoritmica riduce i danni collaterali ai civili rispetto a metodi tradizionali.
Sovranità tecnologica: il nodo cloud e chip
L’enorme dipendenza da modelli avanzati e potenza di calcolo rende però Israele vulnerabile alle scelte politiche dei giganti tecnologici e di Washington. Il contratto Nimbus con Google e Amazon, $1,2 miliardi di dollari in servizi cloud, è già al centro di proteste interne nelle due aziende, ma include clausole che impediscono la sospensione unilaterale per motivi politici e prevede che i server restino fisicamente in Israele con gestione locale. Per ridurre la dipendenza da fornitori esteri e vincoli come quelli posti da Anthropic, l’apparato di difesa israeliano sta puntando su modelli open source come Llama di Meta, eseguibili su server militari isolati da internet e addestrati su dati classificati.
Parallelamente, il Ministero della Difesa investe in startup e in grandi divisioni IA interne a colossi come Elbit, Rafael e IAI, per integrare capacità intelligenti direttamente in missili, droni e carri armati senza passare da Microsoft o altri. Resta però un tallone d’Achille che Israele non può risolvere da solo: i chip. I processori Nvidia necessari per addestrare e far girare i modelli più avanzati sono soggetti a possibili restrizioni di export: un eventuale embargo futuro da parte degli Stati Uniti potrebbe colpire duramente la capacità dell’esercito israeliano di mantenere il suo vantaggio nell’IA militare

