Le famiglie degli “Splendidi Sei”, Hersh, Carmel, Ori, Eden, Almog e Alex, hanno voluto condividere con il mondo un messaggio che è insieme un grido di dolore e un atto di amore.
Le immagini diffuse da Hamas, pensate come strumento di propaganda, hanno finito invece per rivelare qualcosa di più profondo e più forte di ogni forma di terrore: la straordinaria umanità dei loro figli, fratelli e amici. Quelle immagini, quelle scene rubate alla prigionia, hanno mostrato al mondo non la “narrazione” di Hamas, ma la verità di sei giovani pieni di vita, costretti nell’oscurità ma ancora capaci di accendere luce.
Durante la festa di Hanukkah, simbolo eterno di resistenza e rinascita, vedere quegli ostaggi accendere candele in un luogo così buio ha avuto la forza di un pugno allo stomaco. È stato un momento che ha racchiuso, in pochi secondi, l’essenza della storia del popolo ebraico: la luce che non si spegne, la volontà che non viene spezzata, la fede che sopravvive anche dove nessuno riuscirebbe a immaginarla.
Le famiglie hanno voluto ringraziare non solo il popolo d’Israele, ma anche i milioni di persone nel mondo che hanno avuto il coraggio di assistere insieme a loro a quelle immagini difficili. Guardarle non significa solo vedere: significa assumersi una responsabilità morale, testimoniare, non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordano i familiari, queste immagini sono la testimonianza concreta di un fallimento umano e politico, ma anche della resistenza dell’animo. Nonostante tutto, gli “Splendidi Sei” sono rimasti uniti. Nelle immagini si percepiscono piccole gestualità che parlano di solidarietà reciproca, di forza condivisa, persino di un fragile ma potente senso di famiglia improvvisata nelle circostanze più terribili. Il mondo ha visto che erano vivi, che hanno resistito, che hanno affrontato la prigionia insieme. E per questo avrebbero dovuto tornare a casa vivi.
Ma non torneranno più. E il dolore di questa verità è una ferita aperta, collettiva. Nulla potrà riportarli alla vita. Tuttavia, ciò che ancora può essere fatto è cercare la verità, pretendere una responsabilità reale, garantire che nessuno, in nessuna posizione di potere, possa sottrarsi a un dovere così fondamentale. Solo così, affermano i familiari, potrà nascere una forma di giustizia. Solo così potrà cominciare la guarigione.
Le famiglie ricordano a tutti che la missione non è finita. Il loro appello è chiaro: riportare immediatamente a casa Roni Gvili, definito da loro “l’eroe, lo scudo del Kibbutz Alumim”. La sua prigionia continua a essere un dolore vivo, una ferita che sanguina ogni giorno in una nazione che da quasi 800 giorni attende risposte e sollievo. E, mentre ci si prepara a riaccendere le candele di Hanukkah nelle case, nelle piazze, nei kibbutzim, le famiglie chiedono che ciascuna fiamma sia un atto di memoria. Che ogni luce sia dedicata non solo agli “Splendidi Sei”, ma anche ai soldati caduti, ai feriti, agli ostaggi ancora dispersi, alle famiglie che non potranno più riunirsi, alle vite spezzate che non potranno più illuminare la festa con la loro presenza.
Ricordare, oggi più che mai, non è un gesto simbolico: è un dovere. È un modo per restituire dignità a chi è stato annientato e speranza a chi è ancora in attesa.
Gli “Splendidi Sei” non potranno tornare. Ma la loro luce, quella che neppure le tenebre della prigionia sono riuscite a soffocare, continuerà a brillare nelle case di Israele e nei cuori di chi li porta con sé. E sarà questa luce, alla fine, a prevalere sull’oscurità.

