Nelle ultime ore l’Associazione Italiana Allenatori di Calcio (Aiac) ha diffuso un appello chiedendo alla FIGC di farsi portavoce, presso UEFA e FIFA, della sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali.
Un’iniziativa che, al di là delle parole di facciata, porta con sé un messaggio pericoloso: l’idea che lo sport debba farsi strumento di punizione verso un intero popolo, colpendo i suoi atleti, i suoi tifosi e la sua rappresentanza internazionale.
Il calcio, come tutti gli sport, nasce per unire e non per dividere. È proprio nei momenti più complessi della storia che il campo da gioco dovrebbe rappresentare un terreno neutrale, capace di dare spazio al dialogo e alla convivenza. Chiedere l’esclusione di Israele non è solo un atto simbolico: è una presa di posizione che rischia di legittimare l’idea che una nazione, e in particolare quella ebraica, possa essere trattata come un corpo estraneo da isolare.
Dietro certe prese di posizione, spesso mascherate da motivazioni etiche o umanitarie, si intravede il ritorno di un linguaggio che l’Europa conosce bene: quello della discriminazione verso Israele e, in senso più ampio, verso il popolo ebraico.
Colpire Israele nello sport significa inviare un messaggio pericoloso: “non siete i benvenuti”, un concetto che richiama a memorie che pensavamo appartenere al passato.
La FIGC, la UEFA e la FIFA hanno il dovere di ricordare che il loro compito non è schierarsi nelle controversie geopolitiche, ma proteggere i valori universali dello sport. Valori che includono il rifiuto di ogni discriminazione, sia essa razziale, religiosa o politica. Escludere Israele non sarebbe un atto di pace, bensì una resa all’odio e al pregiudizio.
Gli atleti israeliani, come i loro colleghi in tutto il mondo, sognano di giocare, di rappresentare la propria bandiera e di portare speranza attraverso lo sport. Privarli di questa possibilità non ferma un conflitto, non salva vite, non costruisce ponti: alimenta soltanto divisioni e rafforza sentimenti ostili.
Se davvero lo sport deve essere terreno di inclusione e rispetto, come può giustificarsi l’idea di sospendere un Paese intero, isolando i suoi giovani, i suoi atleti, la sua comunità sportiva? La risposta, purtroppo, è chiara: non c’è logica sportiva, ma la riproposizione di un antisemitismo moderno che trova nello sport una nuova arena per esprimersi.

