Israele: gli archeologi israeliani dell’Israel Antiquities Authority sono stati chiamati a svolgere un compito che non assomiglia alla loro missione tradizionale.
Invece di analizzare reperti millenari, si sono trovati di fronte alle devastazioni del massacro del 7 ottobre, raccogliendo resti umani, oggetti personali e prove fondamentali per documentare l’attacco contro le comunità del sud di Israele.
Ayelet Dayan, una delle responsabili del team, ha raccontato l’impatto emotivo e professionale di quei giorni. Con la sua squadra ha lavorato tra cenere, case distrutte e veicoli bruciati, trovando persino frammenti di pelle fusi sull’asfalto nella zona del capolinea Mefalsim lungo la strada 232. Ogni dettaglio è stato catalogato con precisione: capelli, gioielli, parti organiche e resti carbonizzati, spesso difficili perfino da identificare. Gli archeologi hanno deciso di documentare ogni ritrovamento in modo rigoroso, creando un archivio completo che include fotografie, coordinate, descrizioni e testimonianze. I nomi delle vittime sono stati protetti per rispetto verso le famiglie, che potranno scegliere se rendere pubbliche le informazioni in futuro. La priorità è garantire che nessuno possa negare o distorcere ciò che è avvenuto.
Dayan ha descritto scene difficili da dimenticare. Le comunità fino a pochi giorni prima vivevano in un’atmosfera tranquilla, ma si sono trasformate in paesaggi di devastazione totale. Il lavoro sul campo è stato continuo e fisicamente logorante. L’équipe cominciava le missioni prima dell’alba e spesso terminava solo a notte inoltrata. Le attrezzature venivano lasciate fuori casa per evitare contaminazioni e il riposo era segnato da incubi ricorrenti collegati alla tragedia. Il diario che Dayan ha compilato durante l’operazione è diventato un documento prezioso. Racconta un anno di lavoro in cui la ricerca archeologica ha assunto un significato completamente diverso. È un archivio che testimonia l’orrore, pensato per resistere al tempo e per contrastare ogni tentativo di negazione o manipolazione dei fatti.
L’Autorità delle Antichità israeliana sta predisponendo una versione ampliata del progetto, destinata anche a un pubblico internazionale. L’obiettivo è diffondere le prove raccolte e mostrarle oltre i confini di Israele, per far comprendere la portata reale degli eventi. Alcuni accademici israeliani hanno raccontato di sentirsi isolati a livello internazionale a causa delle pressioni politiche, ma Dayan ribadisce con fermezza che il suo lavoro non ha nulla a che vedere con la propaganda. Il suo scopo è cercare e preservare la verità. Mentre Israele avvia il processo di ricostruzione nelle comunità colpite, emerge un dibattito su come trattare i luoghi della tragedia. Alcuni vogliono cancellare tutto e ricominciare da zero. Altri ritengono fondamentale preservare le aree come memoriali. Dayan sostiene l’importanza della memoria storica, ma riconosce che la decisione finale spetta alle famiglie e ai residenti.
Il suo lavoro e quello degli archeologi israeliani rappresenta una forma di resistenza contro l’oblio. In un periodo in cui la verità viene spesso contestata o riscritta, questo archivio diventa uno strumento essenziale per proteggere la memoria delle vittime e assicurarsi che il mondo non dimentichi ciò che è accaduto.

