Escalation tra Iran Israele: mobilitazione USA e rischio guerra Iran Israele nel Medio Oriente
Dall’inizio del 2026 la crisi tra Iran Israele non è più solo guerra ombra e confronto per procura, ma una competizione aperta tra deterrenza americana e sfida del regime iraniano. La strategia israeliana degli ultimi due anni ha puntato a colpire direttamente infrastrutture missilistiche e difese aeree iraniane, riducendo in modo significativo la capacità di Teheran di lanciare salve massive contro il territorio israeliano.
Secondo analisi israeliane, circa due terzi dei lanciatori balistici iraniani e una parte sostanziale dell’arsenale missilistico sono stati danneggiati durante il precedente ciclo di scontri, inclusa la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”. Di fronte a queste perdite, l’Iran ha spostato il baricentro operativo ancora di più sui proxy – Hezbollah, milizie irachene e soprattutto i ribelli Houthi nello Yemen – per continuare a minacciare Israele e gli interessi occidentali nella regione.
Parallelamente, il regime ha scelto una linea di repressione brutale contro le proteste interne, con stime che parlano di decine di migliaia di manifestanti uccisi nelle ultime settimane, fatto che ha spinto Washington ad alzare il tono politico e militare. Le dichiarazioni di Donald Trump sulla volontà di “venire in soccorso” dei manifestanti e sulla disponibilità di un’America “locked and loaded” hanno trasformato la crisi interna iraniana in un dossier strategico globale in cui Israele è attore centrale.
La mossa americana: portaerei, caccia e missili da crociera
Il cuore dei recenti sviluppi è il rapido rafforzamento della postura militare USA nel teatro del Medio Oriente. Il gruppo da battaglia della portaerei USS Abraham Lincoln è stato schierato nell’area di responsabilità del CENTCOM, tra Mar Arabico e Golfo Persico, accompagnato da cacciatorpediniere Arleigh Burke armati con missili da crociera Tomahawk in grado di colpire obiettivi in profondità sul territorio iraniano. Secondo analisi navali, la presenza della Lincoln si combina con ulteriori unità in Mediterraneo orientale e Mar Rosso, creando un arco di fuoco che supera le 400 unità Tomahawk potenzialmente pronte all’uso.
Fonti americane e israeliane parlano inoltre di un ulteriore “step change” con l’invio di una seconda portaerei – la USS Gerald R. Ford – e di rinforzi aerei strategici, compresi bombardieri a lungo raggio e sistemi di difesa come Patriot e THAAD già concentrati nella regione. L’obiettivo dichiarato di Washington è duplice: aumentare la pressione negoziale sulle trattative sul nucleare e sul comportamento regionale dell’Iran, e al tempo stesso essere pronta a un’operazione militare di settimane qualora la leadership americana desse il via libera.
La risposta di Teheran e la minaccia ai fronti israeliani
Teheran descrive i movimenti americani come una provocazione e avverte che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano equivarrebbe a una “guerra totale”, con ritorsioni contro basi USA e contro Israele. L’apparato dei Pasdaran ha intensificato il dispiegamento su isole strategiche nel Golfo, lavorando su opzioni come la posa di mine nello Stretto di Hormuz e il rafforzamento delle difese radar e missilistiche costiere, mentre la retorica insiste sulla capacità di colpire anche le portaerei statunitensi.
Sul fronte marittimo, gli Houthi yemeniti – il proxy oggi più dinamico di Teheran – hanno già minacciato di riprendere gli attacchi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso, pubblicando video dal tono da escalation mentre un gruppo di portaerei USA entra nella regione.
Già durante il conflitto con Hamas, gli Houthi avevano lanciato oltre cento attacchi contro navi collegate a Israele o ai suoi partner, costringendo Stati Uniti e alleati a creare una coalizione navale di protezione; oggi quel modello potrebbe essere ripetuto su scala ancora più ampia. In parallelo, media e think tank iraniani evocano scenari di massicci lanci di missili e droni direttamente contro Israele, sulla scia della precedente 12-Day War, a dimostrazione che la prospettiva di una guerra iran Israele è parte esplicita della loro narrativa di deterrenza.
La lettura israeliana: deterrenza forte, nessuna illusione
Dal punto di vista israeliano, la concentrazione di forze americane è al tempo stesso un’ancora strategica e un fattore di rischio. Articoli e analisi in ebraico sottolineano il coordinamento serrato tra Tsahal e il CENTCOM, compresi incontri di alto livello tra il comandante americano e il capo di Stato Maggiore israeliano per definire scenari di difesa congiunta e condivisione di intelligence. Allo stesso tempo, viene ribadito che qualsiasi intesa USA–Iran limitata al solo dossier nucleare non potrà vincolare la libertà d’azione di Israele di fronte alla minaccia missilistica e ai proxy lungo i suoi confini.
Sul terreno, Israele continua a prepararsi per un’eventuale campagna più ampia in Libano contro Hezbollah, con esercitazioni, schieramento di unità di intervento rapido e mantenimento di un alto livello di allerta sul fronte nord, pur evitando per ora un’evacuazione di massa dei civili come nelle fasi più acute del 2023. Il messaggio di Gerusalemme rimane chiaro: ogni tentativo iraniano di sfruttare un eventuale attacco americano per colpire duramente Israele riceverà una risposta devastante, facendo pagare a Teheran e alle sue milizie un prezzo molto più alto di quanto abbiano sperimentato nelle campagne passate.
Prossimi giorni: tra diplomazia armata e rischio di guerra Iran Israele
Le prossime settimane saranno determinate dall’esito dei colloqui tra Washington e Teheran, che si svolgono sotto la pressione visibile di portaerei, bombardieri e migliaia di soldati americani già in posizione. Analisti israeliani e americani convergono sull’idea che questa “diplomazia armata” non possa durare indefinitamente: una flotta di questo livello non resta in attesa per mesi, il che suggerisce una finestra decisionale relativamente breve.
Per Israele, la combinazione di un regime iraniano indebolito internamente ma più aggressivo all’esterno, della minaccia ai corridoi marittimi e del possibile uso massiccio di missili e droni significa che il rischio di una guerra Iran Israele aperta è reale, anche se non inevitabile. In questo quadro, l’unica strategia coerente con l’interesse israeliano resta quella indicata dai vertici politici e militari: mantenere un coordinamento stretto ma lucido con Washington, preservare la superiorità militare regionale e continuare a colpire, in modo mirato e deciso, ogni tassello dell’architettura di potere iraniana che si avvicini troppo ai confini di Israele

