C’è un piccolo panificio, in una strada tranquilla di una città israeliana. Ogni mattina, il profumo del pane caldo si diffondeva tra le case, svegliando i vicini con la promessa di una giornata normale.
Quelle parole, semplici e scarne, raccontano più di mille parole. Raccontano la vita di un uomo che non è solo un fornaio, ma anche un soldato. Un uomo che, dal 7 ottobre, ha già risposto alla chiamata cinque volte. Cinque volte ha lasciato il calore del suo forno, la pasta che lievitava, le mani infarinate… per impugnare un fucile e difendere la sua terra.
Il suo panificio non è chiuso: è “sospeso”. È come se le pareti stessero aspettando il suo ritorno, come se i tavoli vuoti pregassero di sentire ancora le risate dei clienti. E noi aspettiamo con loro.
Israele è fatta di uomini e donne così: padri che interrompono una favola della buonanotte per correre al fronte, madri che lasciano un abbraccio incompiuto per indossare l’uniforme, giovani che mettono in pausa i sogni personali per proteggere il sogno più grande – la nostra casa comune.
Ogni cartello come questo è una ferita e un atto d’amore. Una ferita, perché ci ricorda quanto ci costa questa guerra. Un atto d’amore, perché ci ricorda che non siamo soli: i nostri vicini, i nostri amici, i nostri fornai diventano scudi viventi.
Il fornaio tornerà. Tornerà a impastare, a sorridere, a servire il suo quartiere. Ma oggi, il suo pane è fatto di coraggio. E mentre lui combatte, noi non dobbiamo mai dimenticare che dietro ogni soldato c’è una vita sospesa, un negozio chiuso, un sogno che aspetta.
Questo è Israele: un Paese che si rialza, anche quando sembra impossibile. Un Paese di eroi silenziosi, che scrivono con pennarelli su fogli di carta quello che in realtà gridano con la loro vita: “Non ho chiuso. Ci rivedremo presto.”

