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Edan torna a servire in Israele: la madre Yael tra orgoglio e timore»

Cinque mesi dopo la liberazione dalla prigionia di Hamas a Gaza, Edan Alexander ha deciso di rientrare in Israele e riprendere il servizio militare.

La notizia, arrivata dalla loro casa nel New Jersey, ha sorpreso la madre Yael, che ammette quanto sarà difficile lasciarlo andare, ma promette di rispettarne la scelta.
“Non me lo aspettavo, davvero. Ma lui è felice della sua decisione, e se parte da lui io lo sostengo. Spero che questo lo aiuti a guarire anche dentro”, racconta Yael.
Edan, 22 anni, era stato rapito il 7 ottobre e liberato dopo 584 giorni grazie anche alla mediazione del presidente americano Donald Trump. Da allora, racconta la madre, si è rafforzato sia fisicamente che mentalmente, con l’aiuto di professionisti e il sostegno degli amici. “Non parla molto di quello che ha vissuto, se non con altri ex ostaggi. È un dolore che solo loro possono capire. Ma lui resta Edan: solare, pieno di umorismo e di energia”. Per Yael, riabbracciarlo dopo quasi due anni è stato come ritrovare lo stesso figlio di sempre: “Nella nostra prima telefonata, che ho sognato per 584 giorni, mi è sembrato che ci fossimo sentiti appena il giorno prima. A casa non smetto di abbracciarlo e baciarlo, anche se a volte mi scuso per essere una mamma troppo affettuosa. Non posso farne a meno”.
Il giovane ha già firmato il rientro nelle Forze di Difesa Israeliane e sa in quale unità tornerà a prestare servizio, anche se i dettagli non sono stati resi pubblici. “Il suo è un gesto di profondo patriottismo, dice la madre. Dopo tutto ciò che ha passato, il fatto che voglia ancora servire Israele dimostra la sua fiducia nel futuro del Paese”.
Yael non nasconde le proprie difficoltà: “Lasciarlo in Israele e tornare nel New Jersey sarà durissimo, ma devo rispettare la sua scelta”. Gli altri due figli, Mika e Roi, invece, non sembrano destinati al servizio militare: “Mika è al secondo anno di università negli Stati Uniti e Roi ha appena iniziato il liceo”.
Negli Stati Uniti, Edan è diventato un volto riconosciuto. “Passeggiare con lui a New York o a Miami è un’esperienza: tanti lo fermano per salutarlo e dirgli ‘bentornato’. Non solo ebrei, ma americani in generale. È commovente”, spiega Yael. Il comune di Tenafly, dove vive la famiglia, ha persino deciso di dedicargli una strada. “Un gesto che ci ha profondamente toccati. Oggi si terrà la cerimonia ufficiale con tutta la comunità”.
Yael ammette di aver temuto critiche, ma finora ha visto solo calore e sostegno. “Certo, il clima negli Stati Uniti è difficile: le manifestazioni pro-Hamas e l’antisemitismo sono una ferita dolorosa. È come ricevere un pugno nello stomaco ogni volta che vedo bandiere di Hamas sventolare per strada. Durante le proteste davanti all’ambasciata israeliana a Washington, le urla di ‘Genocidio’ e ‘Free Palestine’ sono state durissime da sopportare, soprattutto in quei giorni in cui eravamo già così provati”.
La famiglia non pensa a un trasferimento definitivo in Israele: “La nostra vita e il nostro lavoro sono qui. Non lo vedo possibile adesso”, dice Yael.
Eppure, la normalità resta lontana: “Ogni volta che proviamo a ricominciare, succede qualcosa. La guerra con l’Iran, le cerimonie per i caduti, gli incontri con le famiglie degli ostaggi. Non è finita: ci sono ancora persone nelle mani di Hamas, e finché non torneranno tutti, non potremo voltare pagina. A Gerusalemme ho visto i loro familiari protestare prima di Rosh Hashanah: la tristezza nei loro occhi mi ha spezzato il cuore. Basta, è tempo che tutti vengano riportati a casa”.

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