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Sat, Jan 10 2026
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Due anni d’inferno a Gaza: il racconto dei sopravvissuti israeliani

Per più di settecento giorni, uomini e donne israeliani sono stati rinchiusi nei tunnel di Hamas a Gaza, separati dalle loro famiglie, dalla luce del sole, dalla libertà.

Oggi, mentre molti di loro tornano finalmente a casa, emergono le prime testimonianze: parole che fanno tremare, che raccontano una sofferenza disumana, ma anche una forza indomabile. Gli ex ostaggi, rientrati da Gaza,  e i loro cari hanno cominciato a descrivere i dettagli di una prigionia che si è trasformata in un inferno.
C’è chi è stato ammanettato per mesi, chi chiuso in gabbie di ferro o gettato in buche sotterranee, costretto a vivere senza spazio per muoversi, respirando aria contaminata e sopravvivendo con poche gocce d’acqua. Le pareti dei tunnel erano umide, la luce quasi assente, e la paura costante di non vedere più la propria famiglia li accompagnava ogni ora.
Tra loro c’era Avinatan Or, rimasto solo per mesi nei tunnel, legato mani e piedi, nutrito a malapena, in una fossa profonda dove non poteva né sedersi né sdraiarsi.
Rom Braslavski ha raccontato di essere stato picchiato, torturato e costretto a stare immobile per giorni.
Alon Ohel, liberato con gravi ferite all’occhio destro, è sopravvissuto nonostante i colpi e la fame. I medici israeliani sperano di poter salvare la sua vista, ma sanno che le cicatrici interiori resteranno più a lungo di quelle fisiche.
Molti prigionieri, come raccontano i familiari, sono stati sottoposti a manipolazioni psicologiche, minacciati e umiliati. Hamas cercava di piegarli offrendo cibo o riposo in cambio di conversione, diffondendo notizie false sull’esito della guerra per distruggere la speranza. Eppure, la speranza non è morta.
In alcuni tunnel, gli ostaggi riuscivano a captare la radio dell’esercito israeliano collegando fili elettrici di fortuna a piccole radio nascoste. Sentire le voci del loro Paese, anche solo per un attimo, li ha tenuti vivi.
Le famiglie, in Israele, hanno vissuto lo stesso inferno dall’altra parte del confine. Hanno pregato, manifestato, scritto lettere, gridato ai governi e al mondo intero di non dimenticare. Molti di loro non hanno mai perso la fede: “Finché non li riporteremo tutti a casa, vivi o caduti, non ci fermeremo”, ripetono.
Oggi, i sopravvissuti stanno affrontando un lungo cammino di guarigione.
Negli ospedali israeliani, medici e psicologi lavorano giorno e notte per curare corpi devastati e animi segnati. Ogni piccolo gesto, un sorriso, un abbraccio, una parola, è un passo verso la vita.
“Ogni volta che sorride, ogni volta che qualcuno lo abbraccia, vediamo che c’è vita in lui”, ha detto la madre di uno degli ostaggi liberati.
Ma accanto alla gioia del ritorno resta il dolore per chi non tornerà più. I corpi di diversi ostaggi, recuperati a Gaza, sono stati identificati e sepolti in Israele con gli onori militari. Per i loro familiari, è una ferita che non guarirà mai, ma anche un segno di dignità: Israele non lascia indietro nessuno.
Questa vicenda non è solo un capitolo della guerra, ma una lezione di umanità e coraggio. Gli ostaggi, le loro famiglie, i soldati e i soccorritori che hanno combattuto per riportarli a casa incarnano lo spirito più puro di Israele, quello che resiste, spera e non si arrende mai, neanche nelle tenebre più profonde.

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