Boicottaggio Teva i farmaci israeliani non saranno venduti nelle farmacie comunali a Monza: cosa cambia davvero per pazienti, farmacie e politica
A Monza una mozione approvata in Consiglio comunale ha aperto la strada al possibile boicottaggio dei farmaci prodotti dalla multinazionale farmaceutica israeliana Teva nelle farmacie comunali della città. La decisione ha scatenato una bufera politica e mediatica, perché tocca contemporaneamente tre piani estremamente sensibili: la salute pubblica, il rapporto con Israele e l’uso delle farmacie come strumento di battaglia ideologica.
La proposta nasce da LabMonza, lista civica di sinistra e ambientalista, che ha chiesto di “orientare le politiche delle farmacie comunali verso criteri coerenti con il diritto internazionale e i diritti umani”, escludendo progressivamente i prodotti Teva. L’azienda israeliana viene indicata dai promotori come “strutturalmente intrecciata” con le politiche dello Stato di Israele e dunque ritenuta complice del sistema di occupazione e discriminazione ai danni dei palestinesi.
Cosa prevede la mozione e il ruolo di FarmaCom
La mozione approvata impegna l’Amministrazione comunale a chiedere a FarmaCom, la società mista che gestisce le 11 farmacie comunali di Monza, di sospendere progressivamente la vendita dei prodotti Teva “nei limiti delle normative nazionali ed europee”. Questo dovrebbe avvenire attraverso il mancato rinnovo dei contratti alla loro scadenza e la sostituzione con farmaci equivalenti di altri produttori.
Il vicesindaco Egidio Longoni ha però ricordato che FarmaCom gode di autonomia gestionale e che la mozione non è un atto vincolante, ma un indirizzo politico. L’eventuale stop ai medicinali Teva dovrà quindi essere valutato dal Consiglio di amministrazione della società, che dovrà considerare sia i contratti in essere sia le possibili conseguenze economiche e legali. Nel frattempo, il Comune ha precisato che le farmacie comunali continuano a vendere normalmente tutti i farmaci disponibili, compresi quelli di aziende israeliane.
Le ragioni di LabMonza: “forniture eticamente responsabili”
Secondo i promotori, escludere Teva non metterebbe in alcun modo a rischio il diritto alla cura, perché i farmaci equivalenti sarebbero comunque garantiti. La mozione precisa infatti che, qualora un farmaco Teva sia prescritto dal medico, dovrà essere comunque assicurata la continuità terapeutica tramite alternative equivalenti autorizzate da Aifa.
Il consigliere Lorenzo Spedo ha definito inaccettabile che risorse pubbliche finiscano a sostenere imprese considerate complici di un sistema di “apartheid” e violazione dei diritti umani. Un altro esponente di LabMonza, Francesco Racioppi, ha sostenuto che la rinegoziazione delle forniture potrebbe persino aprire spazi per ottenere prezzi più bassi, con un beneficio economico per la sanità pubblica.
In questo quadro, il boicottaggio dei farmaci israeliani viene presentato dai proponenti come forma di pressione politica non violenta, in linea con campagne promosse a livello nazionale e internazionale contro Teva.
L’attacco delle opposizioni: “la salute ostaggio dell’ideologia”
Durissima la reazione del centrodestra e di ampie parti dell’opinione pubblica, che definiscono la mozione un atto ideologico e autolesionista. Il consigliere di Forza Italia Fabrizio Figini ha parlato di “una delle pagine più vergognose e ipocrite della storia amministrativa della città”, accusando la maggioranza di aver trasformato le farmacie in “tribunali politici”.
L’ex sindaco Marco Mariani ha definito la scelta “vergognosa”, sottolineando il paradosso etico di colpire un’azienda come Teva, leader mondiale nei farmaci equivalenti, proprio mentre i sistemi sanitari lottano per contenere i costi e garantire terapie accessibili. Viene citato anche il caso del farmaco NexoBrid, di brevetto israeliano, usato per trattare le ustioni dei ragazzi coinvolti nell’incidente di Crans-Montana, come esempio dei benefici concreti della ricerca medica israeliana.
Il sindaco Paolo Pilotto si è astenuto, dichiarando di avere “molti dubbi” su un boicottaggio che rischia di mettere in difficoltà la catena di approvvigionamento e il lavoro dei farmacisti, e ricordando che la decisione finale spetta comunque al CdA di FarmaCom.
Il contesto nazionale: da Gaza a Monza
La vicenda di Monza si inserisce in un quadro più ampio di campagne contro Teva e più in generale contro le aziende israeliane nel settore farmaceutico. Negli ultimi anni associazioni pro‑palestinesi e gruppi come Sanitari per Gaza hanno promosso giornate di mobilitazione e pressioni su Regioni e Comuni per escludere Teva dalle forniture pubbliche, presentando queste scelte come “appalti etici”.
Alcuni comuni, come Corinaldo, hanno già deliberato la sospensione degli acquisti da Teva nelle farmacie comunali, garantendo la sostituzione con equivalenti terapeutici senza costi aggiuntivi per i cittadini. Il caso Monza, però, assume una risonanza nazionale maggiore per la dimensione del territorio, il peso politico e la portata simbolica di un boicottaggio che tocca direttamente la quotidianità di migliaia di pazienti.
Un boicottaggio che rischia di colpire i pazienti più fragili
Al centro del dibattito resta una domanda cruciale: chi paga davvero il prezzo di questo boicottaggio? Teva è uno dei principali produttori globali di farmaci equivalenti e il suo portafoglio include medicinali essenziali in ambiti come oncologia, neurologia, cardiologia e patologie croniche. Anche se esistono equivalenti di altre aziende, ogni cambio di fornitore e confezione può creare confusione, problemi di aderenza terapeutica e disagi soprattutto per anziani e pazienti fragili.
La scelta di usare le farmacie come terreno di battaglia politica rischia quindi di spostare il conflitto dal piano diplomatico e dei diritti umani direttamente sul corpo dei pazienti. È questo il motivo per cui molti commentatori parlano di un boicottaggio “autolesionista”: simbolicamente forte, ma concretamente potenzialmente dannoso per chi ha meno strumenti per difendersi, cioè i malati.
Il caso Teva a Monza mostra quanto sia delicato il confine tra scelte politiche “etiche” e il rischio di trasformare servizi essenziali in campi di scontro ideologico. La mozione approvata dal Consiglio comunale affida a FarmaCom la responsabilità di una decisione complessa, che dovrà tenere insieme contratti, norme, equilibrio economico e tutela del diritto alla cura.
Al di là dell’esito finale, la vicenda apre un precedente destinato a pesare sul dibattito nazionale: fino a che punto è legittimo usare la leva sanitaria per colpire uno Stato o una multinazionale, e quando invece questo strumento diventa un boomerang che torna a colpire proprio chi si vorrebbe proteggere?
(Indubbiamente le farmacie Farmacom troveranno un calo della clientela per coloro che vorranno continuare ad approvvigionarsi dei prodotti di Teva. Gli indirizzi dei punti vendita Farmacom dove non troverete più i prodotti Teva é il seguente https://www.farmacom.org/ – n.d.r.)

