Al Rambam Health Care Campus di Haifa è stata testata una tecnologia israeliana a ultrasuoni focalizzati (HIFU) che tratta la prostata ingrossata senza incisioni né anestesia generale. Un passo avanti firmato Nina Medical per l’innovazione medica israeliana.
Un piccolo dispositivo appoggiato sulla pelle, pochi minuti di trattamento, nessun taglio: potrebbe essere questo il futuro della cura per l’iperplasia prostatica benigna (IPB), la condizione che entro i 50 anni riguarda oltre la metà degli uomini nel mondo. Al Rambam Health Care Campus di Haifa è stata condotta la prima sperimentazione clinica sull’uomo di una tecnologia israeliana che promette di cambiare radicalmente l’approccio a uno dei disturbi più diffusi, e più sottovalutati, della salute maschile.
Il sistema, sviluppato dal reparto di Urologia del Rambam in collaborazione con la start-up israeliana Nina Medical, utilizza ultrasuoni ad alta intensità (HIFU) veicolati attraverso un trasduttore posizionato esternamente, all’altezza del perineo. Il dispositivo unisce due funzioni in un solo strumento: l’imaging ecografico in tempo reale, che permette ai medici di visualizzare con precisione la prostata e i tessuti circostanti, e l’erogazione di energia mirata capace di ridurre selettivamente il volume della ghiandola. Il tutto senza passare né dall’uretra né dal retto, e senza alcuna incisione chirurgica.
L’iperplasia prostatica benigna non è un tumore, ma un ingrossamento naturale della prostata legato all’invecchiamento, che può causare difficoltà a urinare, bisogno frequente e urgente di farlo e, se trascurata, danni alla vescica o ai reni. Negli Stati Uniti si stima colpisca oltre 30 milioni di uomini. Le terapie farmacologiche non sempre risolvono il problema, e chi non risponde ai farmaci si trova spesso davanti a un’unica alternativa: un intervento invasivo attraverso le vie urinarie, sotto anestesia generale e con ricovero ospedaliero.
È proprio questo lo scoglio psicologico che il dottor Alexander Kravtsov, urologo senior al Rambam, conosce bene: molti pazienti rimandano le cure per imbarazzo o per il timore delle opzioni terapeutiche disponibili. Come ha spiegato il medico, “la terapia farmacologica esiste da anni, ma non sempre è efficace”. Quando non c’è alternativa, ha aggiunto, si arriva alla chirurgia, un passaggio che scoraggia molti uomini proprio perché invasivo.
Il team di Nina Medical ha lavorato in particolare sulla sicurezza del gesto. Secondo Shmuel Ben-Ezra, amministratore delegato dell’azienda, l’elemento chiave dell’innovazione sta nella possibilità di vedere il bersaglio prima ancora di colpirlo: un primo passaggio a bassa intensità restituisce un’immagine che permette di calibrare con precisione mira e sicurezza. Come ha spiegato lo stesso Ben Ezra, “vediamo il fascio e il punto focale prima di eseguire l’ablazione”. Ogni attivazione tratta poi, in circa un minuto, un’area grande quanto un pisello o un’oliva, fino a ridurre in modo mirato il tessuto che ostruisce il flusso urinario.
Nina Medical è nata nel 2019 a Nazareth, all’interno dell’incubatore tecnologico NGT, con il sostegno della Israel Innovation Authority, l’ente pubblico che finanzia l’innovazione israeliana. Un dettaglio che racconta bene il volto di un Paese dove l’eccellenza scientifica nasce spesso da ecosistemi misti, e da una collaborazione strettissima tra ospedali, ricercatori e capitale di rischio. Alex Volovick, tra i fondatori dell’azienda, ha raccontato l’obiettivo con parole semplici: l’idea è di “ridefinire il volto della cura dell’IPB: rispettosa, discreta e senza paura”, per incoraggiare gli uomini a curarsi prima, senza il freno dell’imbarazzo.
La sperimentazione al Rambam è ancora alla fase iniziale, ma i primi risultati vengono descritti come incoraggianti. Se confermati su numeri più ampi, potrebbero aprire la strada a un trattamento capace di risparmiare a milioni di uomini nel mondo un intervento chirurgico, e di restituire, ancora una volta, il nome di Israele alla lista dei Paesi che stanno cambiando il volto della medicina moderna.

