Mentre il Pride Tel Aviv vive da sempre, a Roma la comunità ebraica LGBTQ+ di Keshet Italia è stata costretta a sfilare a piedi e Mario Adinolfi è stato allontanato per aver portato la bandiera di Israele. Un caso che riaccende il dibattito su antisemitismo e Pride in Italia
Ci sono immagini che, messe una accanto all’altra, raccontano più di mille analisi. Il 12 giugno migliaia di persone hanno sfilato sul lungomare di Tel Aviv, bandiere arcobaleno al vento, musica, normalità . Una settimana dopo, a Roma, un gruppo di ebrei italiani ha dovuto chiedere il permesso per partecipare con una bandiera, e alla fine ha sfilato a piedi, scortato dalla sicurezza, mentre un politico che provava a portare il vessillo israeliano veniva circondato e insultato fino all’intervento delle forze dell’ordine.
Il Pride di Tel Aviv non è una novità : è uno degli eventi LGBTQ+ più grandi del Medio Oriente, e quest’anno non ha fatto eccezione. Migliaia di persone hanno riempito le strade della città in un clima di festa, in un Paese che, checché ne dicano i suoi detrattori, resta l’unico nella regione dove una persona gay, lesbica o transgender può vivere apertamente, sposarsi simbolicamente, lavorare, servire nell’esercito, senza temere il carcere o la pena di morte.
È un paradosso che pochi vogliono raccontare per intero: a poche centinaia di chilometri da Tel Aviv, a Gaza come in Iran, l’omosessualità è reato, talvolta punito con la morte. Eppure, in certi ambienti progressisti occidentali, è più facile criticare Israele che interrogarsi su questo scarto.
È esattamente questo paradosso che è esploso a Roma il 20 giugno. Alla manifestazione hanno partecipato circa 30 attivisti di Keshet Italia, l’associazione che rappresenta la comunità ebraica LGBTQ+, sfilando con una bandiera arcobaleno con la stella di David al centro e lo slogan “fuori l’antisemitismo da tutti i Pride”. Ma la loro presenza non è stata semplice: secondo quanto denunciato, gli organizzatori avrebbero negato a Keshet la possibilità di sfilare con un carro dedicato, costringendo gli attivisti a muoversi a piedi, circondati dalla sicurezza, una misura che, l’anno scorso, era già stata accompagnata da un lancio di sassi contro il gruppo.
A portare il caso sotto i riflettori nazionali è stato Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, storicamente su posizioni opposte a quelle del movimento LGBTQ+, che si è presentato in piazza della Repubblica con una bandiera di Israele e una spilla con la stella di David. Le sue parole sono state nette: ha definito la scelta di far sfilare Keshet a piedi una forma di “antisemitismo”, ricordando che proprio a pochi metri dal corteo si trova il Ghetto da cui i nazisti deportarono oltre mille ebrei romani.
La reazione non si è fatta attendere. Circondato da manifestanti che lo accusavano di essere lì “solo per provocare” e al grido di “vattene”, Adinolfi è stato allontanato dalla polizia. Il portavoce del Partito Gay LGBT+, Fabrizio Marrazzo, ha rivendicato la scelta: “Chi porta avanti da sempre posizioni contrarie ai nostri diritti non appartiene al Pride”. Una linea di difesa comprensibile sul piano della coerenza politica interna, ma che non risponde alla domanda di fondo posta dalla vicenda: perché un’associazione ebraica LGBTQ+, che non ha alcuna responsabilità nelle posizioni di Adinolfi, si è vista negare un carro proprio in nome della sicurezza?
Quanto accaduto in piazza della Repubblica non è un caso isolato. Negli ultimi anni, in diverse città europee, gruppi ebraici e filo-israeliani hanno segnalato difficoltà crescenti a partecipare ai Pride senza essere bersaglio di contestazioni, proprio nei luoghi che dovrebbero rappresentare l’inclusione senza eccezioni. È un tema che il mondo ebraico italiano osserva con attenzione crescente, perché tocca un nervo scoperto: la sovrapposizione, sempre più frequente nella narrazione pubblica, tra critica a Israele e ostilità verso gli ebrei in quanto tali.
Il contrasto con Tel Aviv, dove la bandiera arcobaleno sventola senza che nessuno la consideri un atto politico controverso, è quanto basta per far riflettere chiunque voglia guardare alla questione con onestà intellettuale, al di là delle appartenenze ideologiche.

