Israele e Libano: escalation con Hezbollah e nuovi scenari di conflitto
Dall’autunno 2023 il fronte tra Israele e Libano è tornato ad essere uno dei punti più caldi del Medio Oriente, con Hezbollah che ha aperto un fronte di sostegno all’Iran e ad altri alleati regionali contro Israele. Nel 2024 la crisi è sfociata in una vera e propria invasione del Libano meridionale da parte dell’esercito israeliano, con operazioni di terra oltre la Linea Blu e scontri continui con le milizie sciite.
Nel 2025 le ostilità non si sono mai davvero fermate: razzi lanciati dal sud del Libano verso il nord di Israele e bombardamenti di artiglieria di risposta hanno mantenuto alta la tensione, nonostante periodici accordi di cessate il fuoco mediati da Stati Uniti e Francia. Gli scontri hanno causato centinaia di vittime civili e lo sfollamento di intere comunità nelle comunità al nord di Israele.
Nel marzo 2026 Hezbollah ha intensificato sensibilmente i lanci di razzi e colpi di artiglieria contro il nord di Israele, con salve che hanno raggiunto le comunità di confine e messo sotto pressione il sistema di difesa israeliano. Secondo diverse fonti, in alcune notti sarebbero stati lanciati oltre cento proiettili e razzi, cui Israele ha risposto con raid aerei e fuoco di artiglieria su posizioni e infrastrutture del gruppo sciita nel sud del Libano.
Alla fine di marzo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato all’ Idf di ampliare l’operazione in Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di spingere Hezbollah oltre il fiume Litani e creare una più ampia zona di sicurezza lungo il confine. Questa scelta rappresenta un salto di qualità rispetto alle iniziali missioni di contenimento, trasformando il teatro libanese in un fronte di guerra aperto con operazioni di terra, demolizione di postazioni e caccia ai reparti di lancio dei razzi.
All’inizio di aprile 2026 Israele ha lanciato alcuni dei raid più violenti dall’inizio del conflitto, colpendo in pochi minuti oltre cento obiettivi legati a Hezbollah tra Beirut, la Bekaa e il sud del Libano. Le autorità libanesi parlano di decine di morti e centinaia di feriti, mentre Teheran e i Pasdaran iraniani hanno minacciato ritorsioni, alimentando il timore di un allargamento regionale dello scontro.
La missione UNIFIL delle Nazioni Unite, presente nel Libano meridionale dal 1978, è formalmente incaricata di monitorare il cessate il fuoco e la Linea Blu tra Israele e Libano. Negli ultimi anni però la sua efficacia è stata duramente messa in discussione, sia da Israele, che la ritiene incapace di impedire il radicamento militare di Hezbollah a sud del Litani, sia da parte libanese, che denuncia le ripetute violazioni israeliane dello spazio aereo e territoriale.
Nel 2025 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deciso che il mandato di UNIFIL verrà prorogato solo fino alla fine del 2026, con un ritiro ordinato entro il 2027. Questo significa che Israele e Libano dovranno presto gestire il confine senza la presenza dei caschi blu, proprio mentre gli scambi di fuoco tra Israele e Hezbollah lungo la Linea Blu stanno provocando centinaia di migliaia di sfollati e la distruzione di interi quartieri.
Il governo israeliano accusa Hezbollah di agire come proxy dell’Iran e di trasformare il Libano in una piattaforma di attacco permanente contro il territorio israeliano. Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ribadito che Israele non accetterà la presenza di miliziani armati di Hezbollah vicino al confine e che il Paese è pronto a un’“ampia campagna” militare per neutralizzare la minaccia.
Dal canto suo, il governo libanese si trova in una posizione delicata: da un lato denuncia i bombardamenti israeliani e le vittime civili, dall’altro affronta una crescente pressione internazionale affinché avvii un processo reale di disarmo di Hezbollah e di affermazione del monopolio statale sull’uso della forza. A Beirut sono allo studio piani per integrare parte dei combattenti nelle forze armate regolari e ridurre gradualmente l’autonomia militare del movimento sciita, ma l’opposizione interna e la dipendenza dal sostegno iraniano rendono il percorso estremamente complesso.
Hezbollah, infine, giustifica la propria presenza armata al confine con Israele come strumento di resistenza e deterrenza, sostenendo che solo la sua capacità missilistica impedirebbe a Israele nuove occupazioni su larga scala del territorio libanese. Allo stesso tempo, il movimento sfrutta gli attacchi israeliani e il ritiro graduale di UNIFIL per rafforzare la propria narrativa di difensore del Libano contro l’ “aggressione sionista”, consolidando il consenso in parte della popolazione sciita.
Nel breve termine, l’assenza di un accordo politico strutturale e l’intensità delle operazioni militari indicano che la situazione tra Israele e Libano resterà altamente instabile, con il rischio concreto di un allargamento del conflitto se l’Iran sceglierà di rispondere direttamente ai raid israeliani. La possibilità che Israele crei una vasta zona cuscinetto nel sud del Libano, spingendo Hezbollah a nord del Litani, aprirebbe un nuovo capitolo del conflitto, con gravi conseguenze umanitarie e politiche per l’intero Paese dei cedri.
Nel medio periodo, la fine della missione UNIFIL e la pressione internazionale sul governo libanese perché limiti il potere militare di Hezbollah potrebbero spingere verso un nuovo quadro di sicurezza al confine, ma solo se accompagnati da un’intesa regionale che coinvolga Israele, Libano e Iran. Senza un processo politico credibile, lo scontro tra Israele e Libano destinato a ruotare intorno a Hezbollah rischia di restare una guerra a bassa e media intensità, periodicamente segnata da improvvise e violente escalation come quella in corso nel 2026.

