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Ex capo del Mossad Yossi Cohen: strategia di sicurezza, intelligence e operazioni mirate

L’ex direttore del Mossad Yossi Cohen svela dettagli sulla strategia israeliana contro minacce terroristiche e nucleari, spiegando logiche e priorità delle operazioni.

L’ex capo del Mossad torna al centro dell’attenzione dopo un’intervista inedita in cui riflette sulle operazioni segrete e sulle strategie di sicurezza nazionale adottate durante il suo mandato. Yossi Cohen, che ha guidato il Mossad tra il 2016 e il 2021, ha affrontato temi delicati come gli attacchi mirati contro figure legate a programmi di terrorismo e alla proliferazione nucleare. Ha spiegato che durante la sua leadership l’agenzia ha operato con il principio di essere “prima e decisa”, puntando a neutralizzare minacce concrete prima che potessero danneggiare Israele. In varie occasioni, Yossi Cohen ha sottolineato che le operazioni non erano motivate da vendetta, ma dalla necessità di proteggere i cittadini israeliani e gli interessi strategici del Paese.

Nel corso dell’intervista, ha descritto come il Mossad abbia affrontato la sfida rappresentata dal programma nucleare iranianoint, evidenziando che l’agenzia ha monitorato a lungo figure chiave e siti sensibili, contribuendo a operazioni di sabotaggio e raccolta di informazioni critiche. Le sue dichiarazioni offrono uno sguardo raro su come l’intelligence israeliana abbia raccolto dati e agito contro individui ritenuti pericolosi, inclusi esperti militari e tecnici legati allo sviluppo di capacità nucleari ostili.

Pur non confermando ufficialmente responsabilità specifiche, Cohen ha indicato che, se un individuo rappresenta un serio rischio per la sicurezza nazionale, i servizi israeliani ritengono necessario intervenire per “fermarne l’esistenza” prima che possa causare danni. Questo approccio spiega perché negli anni recenti ci sono stati numerosi attacchi attribuiti ad agenti israeliani contro dirigenti di organizzazioni ostili all’interno e all’estero, operazioni che suscitano spesso dibattito internazionale per il modo in cui sono condotte e per le implicazioni legali e diplomatiche.

Cohen ha anche parlato del rapporto tra l’intelligence e i partner globali, evidenziando l’importanza dello scambio di informazioni con alleati per impedire complotti terroristici e proteggere gli interessi condivisi. Ha ricordato che Mossad non ha la responsabilità di commentare pubblicamente o rivendicare tali operazioni, ma ha sottolineato che la cooperazione con servizi di sicurezza esteri è fondamentale per affrontare minacce internazionali complesse.

Pur essendo una figura nota per la sua riservatezza, l’ex capo del Mossad ha voluto spiegare che la strategia dell’agenzia non punta alla vendetta, ma alla prevenzione, cercando di neutralizzare coloro che potrebbero pianificare o facilitare attacchi contro Israele. La logica di certe operazioni rientra in un approccio di difesa proattiva, in cui l’intelligence guida l’azione per limitare i rischi a lungo termine, includendo anche la cooperazione tecnica e informativa con Stati amici.

Queste dichiarazioni mettono in luce come la sicurezza nazionale israeliana sia stata modellata negli ultimi anni da un equilibrio tra raccolta di dati, analisi strategica e capacità di agire con precisione, evitando rischi e cercando di anticipare mosse ostili. L’intervista ha anche attirato l’attenzione sulla delicatezza del ruolo dei servizi segreti nel definire quali minacce richiedano una risposta diretta, e su come queste scelte influenzino le relazioni diplomatiche in Medio Oriente e oltre.

Nel contesto di tensioni regionali e globali, le riflessioni di un ex capo del Mossad offrono una rara prospettiva interna su come vengono valutate e gestite le minacce, ricordando al pubblico l’importanza delle operazioni coperte per la difesa dello Stato e la salvaguardia della sicurezza interna.

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