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Dalla cattura alla libertà, la testimonianza di Elkana Bohbot su Hamas

Elkana Bohbot, l’ostaggio che fu tenuto prigioniero per 738 giorni nella Striscia di Gaza dopo essere stato catturato da Hamas durante l’attacco terroristico, ha condiviso il suo racconto doloroso e profondo sulla prigionia nelle mani di Hamas, descrivendo una sequenza di abusi fisici e psicologici sistematici che hanno segnato la sua lunga detenzione.

Prima della cattura, Bohbot era un marito, un padre e un uomo impegnato nell’organizzazione del Nova Festival, un progetto di musica e cultura cui aveva dedicato tempo e passione. Quel giorno, mentre cercava di chiudere il festival al sopraggiungere di un attacco, fu circondato dal caos, colpito e infine portato via verso Gaza insieme ad altri ostaggi, dopo che terroristi armati avevano invaso l’area, seminando morte e distruzione.

Nella sua testimonianza, Bohbot ricorda il primo impatto crudele della cattura. Venne caricato su un veicolo insieme ad altri ostaggi, dove subì ripetute percosse e violenze fin dall’inizio. Descrive come i rapitori infliggessero dolore con metodi brutali, fino a causargli gravi ferite, e come la costante paura per la propria vita fosse parte integrante di ogni giornata trascorsa nel tunnel della Striscia di Gaza sotto sorveglianza.

Il ricordo della prigionia non è lineare: lo stesso Bonhbot ha spiegato che i pericoli, la fame e la mancanza di informazioni sul destino della sua famiglia aggravavano la sofferenza. Le notizie sulla salute di sua moglie e di suo figlio, che aveva solo tre anni al momento del rapimento, gli tormentavano la mente, alimentando angoscia e disperazione. La separazione prolungata dai suoi cari e l’incertezza sul loro destino furono tra gli aspetti psicologici più devastanti dell’esperienza.

Oltre alle percosse e alla fame, Bohbot parlò anche delle manipolazioni e delle menzogne diffuse dai suoi carcerieri, inclusi falsi resoconti su eventi esterni e messaggi inquietanti mirati a spezzare il morale degli ostaggi. In alcune occasioni, i terroristi hanno cercato di sfruttare l’ossessione per la sopravvivenza creando tensioni emotive e minacce indirette sulla sorte dei propri familiari.

Ricordando i momenti più oscuri, Bohbot ha detto che spesso la sofferenza psicologica sembrava peggiore di quella fisica. I pensieri fissi sulla possibilità di non rivedere mai la sua famiglia e sul rischio costante di morte lo perseguitavano giorno dopo giorno. In vari momenti di disperazione, ha affermato di aver parlato con Dio, pregando solo per la fine del tormento, pur senza sapere cosa il futuro avrebbe riservato a lui o alla sua famiglia.

La sua liberazione, insieme ad altri 19 ostaggi, è avvenuta mesi dopo, segnando la fine di un calvario durato oltre due anni. Anche dopo il ritorno dalla prigionia, il percorso di riabilitazione si è rivelato difficile e doloroso, a causa delle ferite fisiche e delle profonde cicatrici emotive lasciate dall’esperienza. La vita dopo la libertà ha comportato un lento adattamento, con la necessità di ricostruire relazioni familiari e affrontare gli effetti psicologici di una detenzione così estrema.

La testimonianza di Bohbot ha attirato l’attenzione internazionale per la sua onestà e intensità, offrendo uno sguardo diretto su ciò che molti ostaggi hanno vissuto nella clandestinità. La sua storia non solo mette in luce la brutalità della prigionia imposta da gruppi terroristici, ma riflette anche la resilienza umana e la forza interiore necessarie per sopravvivere a condizioni così disumane.

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