L’ultima lettera di Eli Cohen, la spia del Mossad: l’archivio segreto ritrovato a pochi passi dal palazzo di Assad
Un ritrovamento straordinario, un’operazione delicata e la speranza di una figlia che non si spegne da 60 anni. Nel cuore di Damasco, a pochi metri dal palazzo di Bashar al-Assad, è stato ritrovato un tesoro che custodisce il passato e il dolore di una famiglia israeliana. L’archivio personale di Eli Cohen, uno dei più celebri e coraggiosi agenti del Mossad, è finalmente tornato a casa. Dopo sei decenni dalla sua esecuzione, Israele ha recuperato circa 2.500 documenti, fotografie, registrazioni e oggetti personali appartenenti alla spia che ha sacrificato tutto per il suo Paese.
Un’operazione sotto copertura, forse con l’aiuto turco
Domenica scorsa, nel giorno esatto del 60° anniversario dell’impiccagione di Cohen a Damasco, il Mossad ha annunciato il successo di una missione complessa e riservata. Il materiale, secondo fonti siriane citate dal quotidiano libanese Al-Akhbar (vicino a Hezbollah), sarebbe stato custodito nell’archivio del Consiglio di Sicurezza Nazionale siriano, guidato in passato da Ali Mamlouk, uno dei massimi responsabili dell’intelligence.
Sorprendentemente, nonostante anni di guerra civile, quel sito è rimasto intatto. Nessuna bomba, nessun saccheggio: il luogo dove si celava la storia di Eli Cohen è sopravvissuto. Il trasferimento in Israele non sarebbe avvenuto tramite canali convenzionali: si ipotizza il coinvolgimento dei servizi segreti turchi, forse nell’ambito di contatti segreti tra Ankara e Gerusalemme riguardo la situazione siriana.
Il dolore di una figlia: “Spero ancora di trovare il luogo della sua sepoltura”
Sophie Ben-Dor, figlia di Eli Cohen, aveva solo cinque anni quando suo padre venne giustiziato. Oggi, a 65 anni, non ha mai smesso di cercare la verità:
“Spero che tra questi documenti ci sia qualche indizio sul luogo in cui è sepolto mio padre,” ha detto in un’intervista. “Ci sono tanti che dicono di sapere, ma spesso cercano solo attenzione o denaro. Non c’è una pista certa, ma se esiste, potrebbe partire proprio da Assad”.
Sophie confida ancora in un aiuto internazionale, persino da parte dell’ex presidente americano Donald Trump, affinché possa esercitare pressioni su Putin e, tramite lui, su Bashar al-Assad.
“Abbiamo tentato a lungo di contattare Assad attraverso figure vicine a Putin. Non ci arrendiamo. Questa per noi è una missione familiare e nazionale.”
La commozione della vedova Nadia: il testamento originale, mai visto prima
Quando il Mossad ha informato la vedova di Cohen, Nadia, l’ha accompagnata personalmente dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal direttore dell’agenzia, David Barnea. In quell’incontro, le sono stati mostrati documenti originali, oggetti personali, tra cui il testamento scritto da Eli poche ore prima dell’esecuzione. Finora, era disponibile solo una copia. Per la famiglia è stato un momento sconvolgente, carico di dolore e fierezza.
“Lo leggerò con riverenza, per capire davvero cosa ha vissuto mio padre,” ha detto Sophie. “In questi documenti c’è l’Eli privato — il padre, il marito, l’uomo — ma anche l’eroe nazionale. È come ritrovare un altro pezzo della sua anima.”
Lettere, registrazioni, foto: il cuore di un uomo dietro lo spione
L’archivio siriano, ora in mano israeliana, è una miniera di emozioni e verità. Si trovano registrazioni audio, documenti investigativi, lettere scritte a mano alla famiglia, fotografie della sua vita sotto copertura in Siria e oggetti sequestrati nella sua casa dopo l’arresto, nel gennaio 1965.
Una cartella arancione spiccava tra le altre. Sopra, il nome: Nadia Cohen. Gli agenti siriani avevano monitorato ogni tentativo della moglie di salvare il marito: lettere inviate a leader internazionali, richieste disperate di clemenza rivolte direttamente al presidente siriano.
Ma ciò che ha colpito più di tutto è una lettera scritta in arabo, l’ultima, la più intima. Eli la scrisse tra la cattura e il processo, indirizzandola alla sua amata Nadia e ai figli.
“Non piangere il passato. Guarda sempre avanti”, l’ultima lettera di Eli Cohen
“A mia moglie Nadia e alla mia amata famiglia,
vi scrivo queste ultime parole e vi chiedo di restare sempre uniti.
Nadia, ti chiedo perdono. Abbi cura di te e dei bambini.
Fai in modo che ricevano una piena istruzione.
Non privarti di nulla, né privare loro di ciò che meritano.
Mantieni il contatto con la mia famiglia.
Hai la mia benedizione per risposarti, così i bambini non cresceranno senza un padre.
Ti prego, non sprecare il tuo tempo a piangere ciò che è stato.
Guarda sempre al futuro.”
E poi, la firma più struggente:
“Questi sono gli ultimi baci che mando a te, a Sophie, a Iris, a Shaul e a tutta la nostra famiglia.
Non dimenticare mia madre Odette, né Maurice, Ezra, Albert e le loro famiglie.
Non dimenticare la tua famiglia, invia loro i miei saluti e tutta la mia nostalgia.
Pregate per le anime di mio padre e mia.
A tutti voi, i miei ultimi baci e l’addio.”
Un eroe che attende ancora la sua sepoltura in patria
Il generale riservista Franco Gonen, presidente della Fondazione Eli Cohen e fondatore del museo a lui dedicato a Herzliya, ha accolto con emozione la notizia:
“Sentivamo che qualcosa si stava muovendo, ma non sapevamo cosa. Adesso abbiamo i documenti. Speriamo che Nadia viva abbastanza da vedere esaudito il suo sogno: riportare Eli in Israele.”
Anche il museo aveva chiesto di commemorare il 60° anniversario della morte dell’agente. Barnea aveva chiesto di attendere. Ora si capisce il motivo. La sorpresa era in arrivo.
L’archivio rappresenta una parte fondamentale della storia d’Israele, ma anche la chiave per dare pace a una famiglia che attende da decenni di seppellire il proprio eroe. L’uomo che, sotto falsa identità, si era infiltrato ai massimi livelli del regime siriano, e che con le sue informazioni salvò molte vite durante la Guerra dei Sei Giorni, rimane ancora sepolto in un luogo segreto.
Ma ora, con quei documenti tra le mani, la speranza rinasce.

