Un nuovo rapporto del Dinah Project, presentato alla First Lady Michal Herzog a Gerusalemme, getta una luce definitiva e inoppugnabile su uno degli aspetti più agghiaccianti dell’attacco del 7 ottobre 2023: l’uso sistematico della violenza sessuale da parte di Hamas come strumento di terrore, umiliazione e annientamento dell’identità collettiva israeliana.
Il documento, intitolato “Una ricerca di giustizia: il 7 ottobre e oltre”, rappresenta il primo vero tentativo strutturato di costruire un quadro giuridico internazionale per perseguire tali crimini come crimini contro l’umanità, e propone di applicare la responsabilità penale collettiva anche ai membri dell’organizzazione che, pur non avendo partecipato direttamente agli stupri, ne erano consapevoli o ne hanno reso possibile l’attuazione.
Il lavoro del Dinah Project ha richiesto oltre un anno e mezzo di raccolta, sistematizzazione e verifica di testimonianze dirette e indirette, materiale medico-legale, immagini e video, oltre a rapporti redatti da soccorritori, personale sanitario, forze dell’ordine e specialisti in traumi. Uno degli aspetti più sconvolgenti emersi è che in molti casi le vittime di violenza sessuale sono state successivamente assassinate, rendendo estremamente difficile raccogliere prove e identificare singoli colpevoli. Tuttavia, la documentazione disponibile è sufficiente per stabilire uno schema di responsabilità a più livelli, dimostrando che la violenza sessuale è stata una componente strutturale e premeditata dell’attacco.
Il report denuncia anche il profondo silenzio che ha circondato questo aspetto dei crimini del 7 ottobre, e il senso di isolamento provato dalle vittime e dai loro familiari. Un silenzio alimentato non solo dal trauma e dalla vergogna individuale, ma anche dal rifiuto della comunità internazionale, e in particolare da molti ambienti femministi e attivisti per i diritti umani, di riconoscere la portata e la gravità di quanto accaduto. In questo contesto, la voce di ex ostaggi come Ilana Gritzewsky, che ha subito abusi durante la prigionia a Gaza, diventa emblematica: testimonianze come la sua confermano che la violenza sessuale non si è fermata al giorno dell’attacco, ma ha continuato nei tunnel e nei nascondigli di Hamas, spesso lontano dagli occhi del mondo.
Tra gli obiettivi del report vi è non solo la richiesta formale di inserire Hamas nella lista delle organizzazioni che utilizzano lo stupro come arma di guerra, secondo i criteri delle Nazioni Unite, ma anche l’avvio di un processo di riconoscimento giuridico universale per poter perseguire questi atti dinanzi alla Corte Penale Internazionale e ad altri organi internazionali. Il documento propone inoltre la creazione di un nuovo protocollo internazionale per la gestione dei crimini sessuali in guerra, che includa metodi alternativi di raccolta prove, l’uso di testimonianze indirette e il riconoscimento del danno collettivo subito dalla comunità.
La portata del report non è solo giuridica ma anche simbolica: è un atto di rottura del silenzio, di riscatto per le vittime, e di denuncia verso l’indifferenza globale. Il Dinah Project, nato proprio in risposta al vuoto di attenzione verso questi crimini, si pone come una piattaforma di giustizia, memoria e riconoscimento. In un mondo che troppo spesso guarda altrove, questo report rappresenta un punto di non ritorno.

