Il Capitano Yosef Chaim Ashraf, ufficiale di riserva nella Brigata Commando, aveva combattuto nelle strade polverose e pericolose di Gaza. Aveva solo 28 anni, ma nei suoi occhi si leggeva una vita intera di coraggio.
Lì, tra esplosioni, grida e il peso silenzioso della responsabilità, aveva difeso il suo popolo. Lo aveva fatto con il sorriso che tutti ricordano: quello di chi crede davvero nella vita, nonostante la morte gli camminasse accanto ogni giorno.
Yosef non è caduto in battaglia. Non c’è stato un colpo di fucile, né un’esplosione a strapparlo ai suoi cari. È stata una ferita invisibile, silenziosa, a vincere: quella della mente e dell’anima. Ieri, in un bosco vicino a Tiberiade, la città dove viveva, Yosef ha scelto di porre fine alla sua vita. Un’altra vittima della guerra, anche se lontano dal fronte.
La sua storia è quella di troppi altri eroi d’Israele che, tornati a casa, non riescono più a trovare pace. Il nemico che hanno affrontato dentro di sé è subdolo e spietato: si chiama post-trauma. Lo Stato per cui hanno rischiato tutto, troppo spesso, arriva tardi. Le richieste d’aiuto rimangono sospese, le urgenze ignorate. E così, la scritta resta sul muro… finché diventa tragedia.
Chi ha donato la propria vita per noi, in battaglia o nel silenzio della propria solitudine, merita di ricevere tutto in cambio: cure immediate, ascolto, abbracci, sostegno vero. Non si può più aspettare. Non possiamo più piangere altri Yosef.
Oggi, guardando la sua foto, vediamo un uomo forte, determinato, con un equipaggiamento pesante sul petto. Ma il peso più grande non si vedeva: lo portava dentro. E quello, nessun giubbotto antiproiettile può fermarlo.
Il sorriso di Yosef resterà nei cuori di chi lo ha conosciuto e di chi oggi ne scopre la storia.
Per Yosef. Per tutti loro. Per Israele.

