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Come gli aiuti umanitari finiscono nelle mani di Hamas

Le organizzazioni umanitarie non hanno rinunciato alla loro campagna della “fame” contro Israele invece che contro Hamas.

In parallelo a quella del “genocidio”, queste accuse hanno contribuito a portare l’immagine internazionale di Israele al punto più basso della sua storia. Ma quanto di tutto ciò si fonda su dati reali e quanto invece su menzogne amplificate dai media internazionali?

La dichiarazione delle ONG

Giovedì scorso, 104 organizzazioni hanno diffuso una dichiarazione congiunta sostenendo che Israele impedisce loro di fornire aiuti a Gaza e che pone condizioni “eccessive”. La reazione non si è fatta attendere: la premier danese ha persino attaccato Benjamin Netanyahu, definendolo “un problema in sé”.
Eppure, dei 104 gruppi, 84 non hanno mai presentato alcuna richiesta ufficiale. Solo 20 lo hanno fatto: tre sono state respinte, una approvata e le altre sono ancora in valutazione. Nel frattempo, decine di altre organizzazioni operano regolarmente a Gaza in coordinamento con Israele, perché hanno rispettato i criteri richiesti. La “dichiarazione congiunta” si rivela quindi solo l’ennesima tappa di una guerra di propaganda.

Terroristi in cucina

Israele stabilisce regole di trasparenza perché in passato Hamas ha infiltrato operatori all’interno di ONG e agenzie internazionali. È il caso di Medici Senza Frontiere, dove un terapista, Fadi al-Wadiya, era anche membro della Jihad Islamica Palestinese e coinvolto nella rete dei razzi.
Un esempio ancora più eclatante è quello di World Central Kitchen (WCK), che pure non ha firmato la dichiarazione. L’organizzazione impiega centinaia di persone nella Striscia. Nell’aprile 2024, sette operatori furono uccisi in un tragico incidente: tra i “cuochi” si nascondevano terroristi. Dopo l’inchiesta dell’IDF e la ripresa della collaborazione, Israele scoprì che 62 dipendenti erano in realtà affiliati a Hamas e ne chiese il licenziamento.
Questi episodi spiegano perché Israele esiga trasparenza: non si tratta di ostacolare gli aiuti, ma di impedire che il mantello umanitario diventi scudo per i terroristi.
Dove finiscono gli aiuti?
Le immagini di bambini scheletrici hanno fatto il giro del mondo, alimentando la narrazione della carestia. Ma molte di quelle foto riguardavano minori affetti da gravi malattie, non da denutrizione.

I dati ufficiali mostrano un’altra realtà:

Dal 19 maggio al 12 agosto 2024, secondo il meccanismo ONU 3.551 camion hanno portato 46.335 tonnellate di aiuti, di cui il 94% alimentari.
Solo l’11,6% dei camion ha raggiunto le destinazioni previste: il resto è stato “intercettato”, cioè sequestrato o deviato da Hamas.
Nello stesso periodo, il COGAT israeliano registra 7.471 camion con 139.001 tonnellate di cibo e 2.115 di forniture mediche: parte degli aiuti non passa dai canali ONU ma da altri corridoi, inclusi quelli egiziani.
In termini pratici, durante 85 giorni ogni abitante di Gaza (circa 2 milioni di persone) avrebbe dovuto ricevere circa 0,8 kg di cibo al giorno, pari a 4.000 calorie: quasi il doppio degli standard internazionali di 2.100 calorie.
Uno studio indipendente di otto ricercatori ha confermato che, nei primi quattro mesi del 2024, la media giornaliera era di 3.163 calorie per persona, ben oltre i parametri umanitari.

Fame vera o propaganda?

Se il cibo c’è, perché a Gaza si muore di fame? La risposta la dà l’ONU stessa: gli aiuti vengono sottratti e gestiti da Hamas, che li usa come merce di scambio o strumento politico. Invece di distribuirli, Hamas preferisce alimentare la narrativa del “blocco israeliano”.
Il risultato: la popolazione soffre, mentre la propaganda internazionale fa il gioco dei terroristi. I media occidentali, insieme a quotidiani israeliani come Haaretz, rilanciano accuse senza verificare i dati. Ma così non aiutano i civili di Gaza: aiutano solo Hamas.

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