Yarden Bibas, 35 anni, è tornato in Israele dopo quasi 16 mesi di prigionia, un ritorno segnato dal dolore e dalla disperazione.
Durante la sua detenzione, i carcerieri di Hamas lo hanno tormentato incessantemente, parlando della sorte della moglie e dei figli, un’agonia psicologica che ha lasciato cicatrici indelebili. La notizia del suo rilascio, avvenuto durante un fragile cessate il fuoco, ha acceso una flebile speranza in un popolo che da tempo attendeva notizie sui propri cari.
Bibas è stato liberato insieme a Ofer Calderon, 54 anni, durante una consegna a Khan Younis, nel sud di Gaza. Poco dopo, Keith Siegel, 65 anni, cittadino statunitense-israeliano, è stato rilasciato al porto di Gaza City. Questi uomini hanno condiviso un percorso di sofferenza e resistenza, segnato da terribili abusi fisici e psicologici, ambienti degradanti e la costante crudeltà dei loro rapitori.
Il rapimento di Yarden Bibas, avvenuto il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas e il massacro nel sud di Israele, ha segnato l’inizio di un incubo. Ferito durante l’attacco, Bibas fu strappato dal Kibbutz Nir Oz, mentre la sua famiglia veniva brutalmente separata: la moglie Shiri e i due figli, Kfir, allora di 10 mesi, e Ariel, di 4 anni. Le immagini di Shiri, rapita e terrorizzata mentre stringeva i suoi bambini, divennero simbolo della crudeltà dell’ondata di violenza.
Durante la sua prigionia, i rapitori hanno ripetutamente raccontato a Bibas che sua moglie e i suoi figli erano stati uccisi in un attacco aereo dell’IDF, costringendolo addirittura a filmare un video in cui accusava il Primo Ministro Benjamin Netanyahu di non aver restituito i corpi della famiglia. Sebbene l’IDF abbia definito il video “propaganda”, il dolore e la manipolazione psicologica cui è stato sottoposto rimangono evidenti.
Nei primi giorni, Bibas fu detenuto insieme a Calderon. In quelle ore buie, imparò persino l’arabo, un gesto che dimostra la resilienza necessaria per sopportare la sofferenza. Entrambi furono picchiati, rinchiusi in gabbie e continuamente derisi con promesse fasulle di “domani tornerete a casa”, che si rivelarono solo crudeli illusioni fino all’ultimo istante. Calderon, doppio cittadino francese-israeliano, fu trattato quasi come un soldato di riserva dell’IDF. Al momento del rilascio, la sua condizione fisica – magro e pallido – tradiva le sofferenze subite. Persino il tentativo di chiedere una birra ai soldati israeliani, come gesto di umanità e desiderio di normalità, fu interrotto per motivi di salute.
Keith Siegel, invece, ha trascorso la sua prigionia a Gaza City, passando da una casa all’altra e confinato per lunghi periodi in una rete di tunnel sotterranei. La scarsità di cibo lo ha costretto, nonostante il suo stile di vita vegetariano, ad accettare la carne offerta dai rapitori per sopravvivere. L’angoscia lo consumava, specialmente per la sorte incerta di suo figlio Shai, rimasto nel caos dopo l’attacco a Kibbutz Kfar Aza.
Le testimonianze dei familiari raccontano di rapitori che alternavano atti di brutalità a false promesse di liberazione imminente, giocando con le speranze degli ostaggi fino all’ultimo momento. Altre vittime, come Nili Margalit – liberata dopo quasi 50 giorni di detenzione – hanno confermato la pratica di dare speranze illusorie, un meccanismo crudele che ha esacerbato il tormento psicologico dei prigionieri. La medesima dinamica è stata riscontrata anche dai cinque ostaggi thailandesi rilasciati recentemente. La liberazione di questi prigionieri avviene nell’ambito di un complicato accordo in tre fasi. Nella prima fase sono stati rilasciati 13 prigionieri, mentre Israele ha concordato il rilascio di circa 1.904 prigionieri palestinesi, inclusi numerosi condannati a vita per atti terroristici. Le trattative per le fasi successive mirano a raggiungere una “calma sostenibile” a Gaza, prevedendo ulteriori rilasci e, auspicabilmente, un ritiro israeliano dal territorio.
La crudele ironia di questa situazione sta nel fatto che, mentre gli ostaggi subivano sofferenze indicibili, i loro carnefici gestivano la prigionia in maniera fredda e metodica, quasi come se fosse un’operazione ben organizzata. Le testimonianze dei liberati, con i volti segnati e l’animo lacerato, rimandano a un conflitto che ha spezzato vite e cuori, lasciando un’eredità di dolore che andrà ben oltre il semplice ritorno a casa.
Il ritorno di Bibas, Calderon e Siegel rappresenta un piccolo, doloroso passo verso la fine di un incubo, ma le cicatrici della prigionia rimarranno per sempre. Questo tragico capitolo, segnato dal terrore e dalla crudeltà, sottolinea la necessità di una soluzione definitiva al conflitto, affinché nessuno debba più subire simili orrori. Le famiglie e il popolo israeliano, aggrappandosi a quella flebile luce di speranza, attendono con il cuore in mano il giorno in cui il terrore sarà solo un ricordo lontano e la pace, finalmente, potrà fiorire.

