Dopo un lungo periodo di stallo, Hamas ha consegnato in una operazione notturna i corpi di quattro ostaggi sequestrati, segnando quella che potrebbe essere l’ultima mossa della prima fase del cessate il fuoco.
L’operazione – priva dei toni macabri che avevano caratterizzato le precedenti consegne – ha visto i resti degli ostaggi, detenuti a Gaza per oltre 16 mesi, trasferiti a Israele in cambio del rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi. Tuttavia, il rilascio completo dei detenuti rimarrà sospeso fino a quando non saranno ufficialmente identificati i corpi.
Il Contesto e il Trasferimento dei Corpi
La consegna dei resti è avvenuta al varco di Kerem Shalom, sotto la mediazione egiziana. La Croce Rossa, intervenuta come intermediario, si è recata al sito nella Striscia di Gaza durante le ore notturne di mercoledì, prelevando le bare per poi consegnarle all’IDF. L’ufficio del Primo Ministro ha confermato che, dopo il trasferimento, Israele ha avviato immediatamente le operazioni forensi per identificare in maniera certa i corpi. Le famiglie degli ostaggi sono state mantenute costantemente aggiornate e riceveranno comunicazioni ufficiali una volta completata l’identificazione.
Tra i corpi consegnati figura quello di Shlomo Mantzur, 85 anni, ritenuto il più anziano ostaggio catturato durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Le autorità militari avevano infatti annunciato che Mantzur era stato ucciso in nell’attacco e il suo corpo era stato trattenuto dai terroristi a Gaza. Insieme a lui, sono stati consegnati i corpi di Itzik Elgarat, Tsahi Idan e Ohad Yahalomi. Itzik Elgarat aveva 69 anni al momento del sequestro, mentre Tsahi Idan e Ohad Yahalomi, entrambi di 49 anni, sono stati menzionati senza precedenti comunicazioni ufficiali circa la loro sorte. Le famiglie di Elgarat, Idan e Mantzur hanno confermato di essere state informate dall’IDF che i loro cari figuravano nella lista dei corpi da restituire, mentre per Yahalomi la conferma non è stata esplicitata, sebbene egli risultasse l’unico ostaggio rimasto dalla lista originaria.
In cambio dei quattro corpi, Israele ha annunciato l’intenzione di liberare oltre 600 prigionieri palestinesi. Le stime variano leggermente: fonti palestinesi parlano di circa 620 detenuti, mentre rapporti in lingua ebraica indicano 602. Tra i prigionieri da liberare vi sono numerosi condannati a ergastoli per il loro coinvolgimento in attacchi terroristici letali contro cittadini israeliani. L’accordo prevedeva in origine la liberazione dei prigionieri già da sabato, in cambio del rilascio di sei ostaggi vivi operato da Hamas. Tuttavia, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato il rinvio della liberazione sabato sera, protestando contro le cerimonie che, a suo avviso, umiliavano Israele – episodi che avevano visto Hamas esporre gli ostaggi, come la recente messa in mostra del corpo della madre Shiri Bibas e dei suoi figli.
L’Egitto, che ha svolto un ruolo cruciale nel mediare l’accordo, ha facilitato il delicato trasferimento dei corpi. I resti sono stati inizialmente trasportati da Gaza all’Egitto per poi proseguire verso Israele. Questo iter ha permesso di contenere le tensioni e di procedere in maniera controllata, in un contesto in cui le cerimonie pubbliche e le modalità di consegna avevano spesso alimentato ulteriori polemiche e proteste. La Croce Rossa, in qualità di garante umanitario, è intervenuta per evitare l’ennesima drammatizzazione pubblica, garantendo al contempo il rispetto delle procedure di identificazione.
Una volta ricevuti, i corpi sono stati sottoposti a un immediato esame forense. Le autorità israeliane hanno disposto che le identificazioni avvengano presso il varco di Kerem Shalom; tuttavia, a seconda dello stato dei resti, potrebbe rendersi necessario il trasferimento dei corpi all’Istituto Nazionale di Medicina Legale (Abu Kabir) a Jaffa per ulteriori accertamenti. Un team specializzato è già stato inviato sul posto per valutare la situazione. Tale procedura, essenziale per procedere con il rilascio completo dei prigionieri, potrebbe richiedere diverse ore o addirittura giorni, in base alla complessità degli accertamenti da effettuare.
Hamas aveva assicurato che non sarebbero state organizzate cerimonie pubbliche al momento della consegna, una promessa che in passato non era stata sempre rispettata, come nel caso della confusione tra il corpo della madre Shiri Bibas e quello di una donna gazata, errore che aveva ulteriormente inasprito i contrasti tra le parti.
Il clima intorno a questo scambio è particolarmente teso. Da un lato, Hamas aveva proclamato la necessità di una cerimonia simultanea per il rilascio dei prigionieri, mentre le autorità israeliane hanno condizionato il rilascio al completamento dell’identificazione dei corpi. Questa mancanza di fiducia reciproca si inserisce in un contesto di profonde ferite dovute agli eventi del 7 ottobre, quando migliaia di persone furono uccise e centinaia di ostaggi presi in cattività da terroristi guidati da Hamas.
Le cerimonie pubbliche organizzate a Gaza, che spesso vedevano ostaggi debilitati costretti a lodare i loro carcerieri, hanno alimentato l’ira in Israele, dove il governo ha definito tali gesti come “umilianti”. In questo clima, le immagini di ostaggi ancora in vita, filmate da Hamas mentre imploravano di essere liberati, hanno ulteriormente acceso le tensioni, evidenziando il dramma umano dietro ogni scambio.
Fino ad oggi, nell’ambito del cessate il fuoco iniziato a gennaio, Hamas ha rilasciato 30 ostaggi – tra cui 20 civili israeliani, 5 soldati e 5 cittadini thailandesi – mentre Israele ha liberato centinaia di terrorconvitti e altri detenuti palestinesi. Durante una tregua della fine di novembre 2023, 105 civili furono liberati, seguiti da ulteriori rilasci nei primi giorni del conflitto.
Attualmente, rimangono 59 ostaggi in cattività, 24 dei quali si ritiene ancora vivi, insieme a un soldato ucciso e a Lt. Hadar Goldin, il cui corpo è ancora nelle mani di Hamas. La seconda fase dell’accordo prevede il rilascio degli ostaggi viventi in cambio di ulteriori prigionieri e il completo ritiro delle forze israeliane da Gaza. Una terza fase, infine, dovrebbe portare al ritorno dei resti degli ostaggi e alla fine delle ostilità, aprendo la strada alla ricostruzione di Gaza.
Tuttavia, le prospettive per una seconda fase rimangono incerte. Netanyahu ha ribadito più volte che Israele è pronto a riprendere le operazioni militari se ulteriori ostaggi non verranno liberati. Un funzionario israeliano ha dichiarato che, prima di procedere, Israele esigerà il disarmo di Hamas e il trasferimento del controllo civile di Gaza. In caso contrario, il rischio è quello di un ritorno alla guerra totale, con scadenze precise imposte – in particolare, fino all’8 marzo – per la liberazione di ulteriori prigionieri.
Sul fronte internazionale, il clima è di forte disapprovazione. Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha espresso aspre critiche, commentando che Hamas “crede di farci un favore” inviando i corpi degli ostaggi, sottolineando al contempo il dolore delle famiglie che lottano per ottenere la restituzione dei loro cari. Tali dichiarazioni evidenziano la complessità e la drammaticità di un accordo che, pur cercando di attenuare le tensioni, non fa che riaprire vecchie ferite e alimentare nuove polemiche.
L’operazione degli scambi – caratterizzata dalla restituzione parziale e condizionata dei prigionieri palestinesi – evidenzia il delicato equilibrio di un cessate il fuoco che si basa su una reciproca sfiducia. Ogni fase dell’accordo è segnata da attese, identificazioni e nuove tensioni che riflettono la difficile realtà di un conflitto che continua a mietere vittime. Mentre la comunità internazionale osserva con apprensione ogni sviluppo, il futuro resta incerto: da un lato la speranza di un progressivo allentamento delle ostilità, dall’altro il rischio concreto di un ritorno alla guerra totale se gli impegni non saranno mantenuti.
Questa fase, pur rappresentando un passo importante verso la liberazione degli ostaggi e la risoluzione del conflitto, rimane un capitolo doloroso in una lunga storia di violenze e negoziazioni, in cui ogni gesto – anche quello di restituire i resti dei propri cari – diventa simbolo di una lotta ben più ampia per la dignità e la sicurezza di un popolo.

