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Il Mossad in Iran e le operazioni segrete nella guerra dei 12 giorni

Il Mossad in Iran ha coordinato attacchi interni durante la guerra dei 12 giorni, colpendo sistemi di difesa, missili balistici e figure chiave del regime iraniano

Un agente iraniano del Mossad ha raccontato in dettaglio il proprio ruolo nelle operazioni interne contro il regime di Teheran durante la guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran, offrendo uno sguardo raro e diretto sul modo in cui opera il Mossad in Iran. L’uomo, indicato con il nome in codice “Arash”, è stato intervistato dal programma investigativo “Uvda” di Channel 12, con identità e volto accuratamente mascherati per impedirne il riconoscimento, a conferma dell’estrema sensibilità del caso.

L’intervista è stata registrata prima dell’ultima ondata di proteste anti‑regime esplosa in Iran alla fine di dicembre, segno che le operazioni segrete e le tensioni interne si intrecciano ormai stabilmente con il conflitto aperto tra Iran e Israele.

Arash ha spiegato che il suo distacco dal regime iraniano è iniziato già da bambino, quando ha sperimentato l’indottrinamento scolastico basato sull’odio verso Israele e Stati Uniti, e soprattutto dopo l’arresto e il pestaggio della sorella per non aver indossato correttamente l’hijab. Quell’episodio ha spinto la famiglia a lasciare l’Iran per un Paese occidentale, ma in lui è rimasto il desiderio di colpire il regime dall’esterno e di aiutare gli amici rimasti sotto controllo dei Pasdaran. A trent’anni, quasi per caso, ha cercato “Mossad” su Google, ha trovato il sito ufficiale dell’agenzia e ha inviato un messaggio di contatto, venendo richiamato nel giro di pochi giorni e iniziando nel 2015 un percorso di reclutamento e addestramento all’estero, con visite anche in Israele.

È l’immagine di una nuova generazione di agenti: iraniani o di Paesi terzi che scelgono di collaborare con il Mossad in Iran, sfruttando la crescente impopolarità del regime per trasformare il malcontento interno in uno strumento operativo.

Il racconto entra nel vivo con la notte del 13 giugno 2025, quando Israele ha lanciato un vasto attacco contro infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane, dando inizio alla cosiddetta guerra dei 12 giorni. Nei minuti che hanno preceduto i raid dell’aeronautica israeliana, un’ondata coordinata di attacchi con razzi e droni, lanciati dall’interno del territorio iraniano, ha colpito sistemi di difesa aerea, rampe di missili balistici e figure di alto livello dell’apparato militare e nucleare di Teheran.

Arash guidava una delle squadre incaricate di trasportare un missile e il suo lanciatorе in auto attraverso le strade di Teheran, fino a un punto preciso comunicato dal Mossad. Nel suo racconto, descrive la tensione di un semaforo rosso con una volante della polizia a fianco: “Se faccio un errore, è finita”, ha ricordato, fino al sospiro di sollievo quando l’auto della polizia si è allontanata.

La squadra ha assemblato l’arma e ha atteso al buio ordini che sono arrivati solo intorno alle 3 del mattino. Il missile, dotato di telecamera, gli ha permesso di vedere in diretta il bersaglio negli istanti prima dell’impatto, un lanciatore di missile balistico pronto a colpire Israele, neutralizzato con un colpo diretto. “Ho fatto il mio lavoro”, ha comunicato Arash ai suoi referenti del Mossad, ricevendo la risposta immediata: “Sì, l’hai fatto”. Il giorno dopo, nascosto in un appartamento, ha raccontato di aver visto in alcune zone di Teheran persone felici per il colpo inferto al regime, segnale di come parte della popolazione percepisca questi attacchi non solo come aggressioni esterne, ma anche come indebolimento di un potere oppressivo. Successivamente, lui e la sua squadra sono stati esfiltrati dall’Iran e portati in Israele, dove ha festeggiato con i suoi handler.

Il ruolo del Mossad in Iran non si è limitato a queste azioni tattiche, ma si inserisce in una strategia più ampia, emersa anche da inchieste giornalistiche e analisi strategiche sulla guerra dei 12 giorni. Secondo ricostruzioni basate su fonti di intelligence israeliane, il Mossad e l’intelligence militare hanno preparato per anni l’operazione, creando una vera e propria “legione straniera” di decine di commando e agenti locali incaricati di distruggere batterie antiaeree, depositi di missili e infrastrutture critiche dall’interno dei confini iraniani.

Le fonti indicano che le cellule operative sul terreno, spesso composte da dissidenti iraniani, avrebbero consentito a Israele di condurre ondate di bombardamenti senza perdere aerei, fornendo dati precisi su obiettivi sensibili come le camere da letto dei principali scienziati nucleari. In questo quadro, la figura di Arash appare come un tassello esemplare di una strategia che punta a usare il malcontento interno iraniano come moltiplicatore di efficacia per le operazioni di intelligence e sabotaggio.

L’intervista di “Uvda” ha riportato anche un altro capitolo, rimasto sulla carta, della guerra segreta tra Iran e Israele: il piano, elaborato dal Mossad, per far saltare dall’interno l’impianto di arricchimento di Fordo, scavato sotto una montagna e quasi immune a un attacco aereo. L’operazione, preparata per anni e definita dall’ex capo del Mossad Yossi Cohen come quella che “sarebbe stata la più grande operazione nella storia del Paese”, prevedeva l’introduzione clandestina di grandi quantità di esplosivo e l’impiego di numerosi agenti altamente addestrati.

Il progetto è stato però congelato più volte, prima per effetto dell’accordo sul nucleare del 2015 e poi a causa della guerra scatenata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha assorbito gran parte delle risorse operative di Israele. Quando nel 2025 Israele ha comunque dato il via alla campagna aerea, Fordo è rimasto fuori portata e alla fine è stato colpito dagli Stati Uniti, intervenuti con capacità militari specifiche contro bersagli profondamente interrati e poi protagonisti della mediazione che ha chiuso la guerra dei 12 giorni.

Per Teheran, questi racconti confermano il timore di una penetrazione profonda del Mossad in Iran, con decine di cellule attive e una collaborazione crescente di dissidenti e oppositori interni al regime. Le autorità iraniane hanno più volte annunciato arresti ed esecuzioni di presunti “agenti del Mossad”, accusando Israele di alimentare proteste e sabotaggi per destabilizzare il Paese, mentre media e analisti regionali parlano apertamente di una “guerra nell’ombra” che si combatte non solo con missili e droni, ma anche con reti clandestine, cyber‑attacchi e operazioni psicologiche.

L’emergere in pubblico di un iraniano che dichiara apertamente di aver lavorato per il Mossad in Iran e di aver lanciato un missile contro un’arma destinata a colpire Israele aggiunge un nuovo livello a questa narrativa, mettendo in luce la frattura tra un regime in crisi di consenso e una parte della società pronta a cercare alleati anche nel nemico storico pur di indebolirlo.

In termini di percezione internazionale, la testimonianza di Arash rafforza l’immagine di un Mossad in Iran non più composto solo da agenti israeliani che operano sotto copertura, ma da una rete mista di locali e stranieri che agiscono dall’interno del tessuto sociale iraniano. Per Israele, questo modello riduce rischi politici e operativi, aumentando l’accesso alle informazioni e la capacità di colpire in profondità; per il regime iraniano, al contrario, rappresenta un incubo di sicurezza, perché suggerisce che la minaccia non arriva solo dai cieli ma può nascondersi in qualunque quartiere di Teheran.

Nel contesto della lunga guerra a bassa intensità tra Iran e Israele, l’intervista di “Uvda” non è solo un racconto personale, ma un messaggio strategico: il Mossad in Iran è presente, radicato e pronto a colpire dall’interno ogni volta che la leadership israeliana riterrà di dover fermare ciò che considera una minaccia esistenziale

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