Negli ultimi giorni il dibattito italiano sul conflitto in Medio Oriente ha visto due episodi che hanno scatenato polemiche e riflessioni sul 7 ottobre.
Il primo riguarda Marco Santin, storico volto della Gialappa’s Band, che durante il festival “Cabaret Amore Mio!” di Grottammare ha scelto di trasformare la cerimonia di premiazione in un palcoscenico politico. Dopo alcuni aneddoti sulla sua carriera, Santin ha preso la parola per parlare della guerra a Gaza, definendola senza esitazioni un “genocidio” e spingendosi fino ad affermare che il 7 ottobre e Hamas sarebbero “tutte cazz***”. Parole che hanno provocato una reazione immediata da parte del pubblico: uno spettatore ha contestato con forza il comico, ricordandogli che il 7 ottobre è stato un massacro di civili israeliani, mentre la platea si divideva tra applausi e brusii.
Lungi dal chiarire o smorzare i toni, Santin ha rincarato la dose, sostenendo che Israele “massacra il popolo palestinese dal 1946” e accusando chi lo contestava di “non aver studiato”. Dichiarazioni gravi, che riscrivono i fatti e cancellano la realtà: il 7 ottobre non è stato un episodio marginale, ma l’attacco terroristico più sanguinoso mai subito da Israele, con oltre 1200 vittime innocenti tra civili, bambini, donne e anziani, oltre ai rapimenti che ancora oggi vedono decine di ostaggi nelle mani di Hamas. Ridurre quella data a una “cazz***” significa non solo mancare di rispetto alle vittime e ai sopravvissuti, ma anche contribuire a diffondere una narrazione che legittima di fatto il terrorismo.
Parallelamente, la Biennale di Venezia è stata scossa da un altro fronte: l’appello pro-Gaza promosso dal collettivo Venice4Palestine e firmato da oltre 1200 artisti italiani. Tra i nomi più noti compaiono Carlo Verdone, Miriam Leone, Valeria Golino, i Manetti Bros, Toni e Beppe Servillo, Fiorella Mannoia, Alba e Alice Rohrwacher, Claudio Santamaria, Gabriele Muccino e persino Roger Waters. La lettera chiede che la Mostra del Cinema prenda posizione pubblica e visibile sulla situazione in Palestina, trasformando l’evento in uno spazio di “resistenza e consapevolezza”. Anche qui, però, colpisce l’assenza di un qualunque riferimento alle vittime israeliane del 7 ottobre, come se la tragedia non fosse mai avvenuta. Nessun cenno alle stragi, agli stupri, ai rapimenti che hanno sconvolto il mondo, nessuna condanna di Hamas e delle sue responsabilità.
La Biennale ha risposto con un comunicato ufficiale ricordando che le sue opere hanno da sempre affrontato le urgenze del presente e che il dialogo resta aperto, citando esempi di film già presentati sul tema. Tuttavia, la pressione degli artisti rischia di trasformare un festival internazionale dell’arte in un megafono politico a senso unico. In questo clima, spicca l’assenza di Gal Gadot, attrice israeliana e star internazionale, che ha scelto di non partecipare a Venezia. Un gesto che molti hanno interpretato come segnale di coerenza: difficile presenziare a una manifestazione che rischia di diventare terreno fertile per accuse unilaterali contro Israele.
Questi episodi dimostrano come una parte consistente del mondo artistico e culturale italiano abbia deciso di abbracciare una narrativa che demonizza Israele e rovescia i fatti, arrivando a cancellare la memoria delle vittime. Parlare di “genocidio” ignorando la natura terroristica di Hamas e la brutalità del 7 ottobre non è un atto di coraggio, ma di complicità. Israele, invece, continua a difendersi da un’organizzazione che usa scuole e ospedali come basi militari e che mette i civili palestinesi come scudi umani. Chi sostiene la libertà e i diritti umani non può chiudere gli occhi di fronte a questa realtà.
Dal palco di Grottammare ai riflettori di Venezia, il filo conduttore resta lo stesso: una parte della cultura italiana ha scelto di trasformare la propria voce in propaganda anti-Israele. Ma l’arte non dovrebbe essere questo. L’arte dovrebbe raccontare la verità, non piegarsi a slogan ideologici. Perché il 7 ottobre non è stato “una cazz***”: è stato un massacro. E dimenticarlo significa diventare complici.

