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Pedalando contro l’oscurità, la pedalata di Ofer Calderon

Parigi, Champs-Élysées. Le bandiere sventolano, la folla applaude, il sole filtra tra gli alberi secolari. E in mezzo a quel palcoscenico di gloria e storia, c’è un uomo. Non un atleta qualsiasi. Non solo un ciclista. Lui è Ofer Calderon.

Ha pedalato nell’inferno prima di arrivare qui.
Per 484 giorni è stato prigioniero di Hamas.
484 giorni nei tunnel del terrore sotto Gaza.
Senza luce.
Quasi senza cibo.
Senza volto umano, se non quello dei suoi aguzzini.
Un ostaggio dimenticato da troppi, ma mai da noi.
Un simbolo della crudeltà cieca che Israele ha dovuto affrontare – ancora una volta – nel buio più recente della storia.
Mentre le sirene suonavano a Sderot, mentre i razzi cadevano su Tel Aviv, mentre famiglie intere piangevano i propri cari, Ofer resisteva. Nel silenzio, nel buio, nella fame, il suo cuore batteva ancora da uomo libero.
E ora eccolo lì, con il sole in faccia, la divisa del team Israel – Premier Tech addosso, sorridente, forte, invincibile.
Pedala. Saluta. Vince.
Non una tappa. Non una medaglia. Ma qualcosa di infinitamente più grande: la prova vivente che Israele non si spezza. Che il popolo ebraico, ancora una volta, si rialza. Con dignità, con amore per la vita, con determinazione incrollabile.
Questa pedalata non è solo sport.
È un urlo al mondo:
“Noi siamo qui. E ci saremo sempre.”
A chi ci odia, a chi ci vuole spegnere, a chi ha festeggiato i massacri di civili, i rapimenti, i pianti delle madri: arrendetevi.
Non ci spezzerete.
Ofer è tornato alla luce. Ma con lui, anche una nazione intera si rifiuta di cedere all’oscurità.
Israele pedala. Avanza. Respira. Vive.
E chi ha il cuore con Gerusalemme, oggi piange. Ma sono lacrime di speranza.
Perché finché c’è chi resiste, Israele non morirà mai.

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