Il dovere sacro di Israele verso i suoi figli, ecco perché Israele deve riportare a casa anche gli ostaggi non più in vita
C’è un filo invisibile che attraversa la storia del popolo ebraico, un filo fatto di memoria, dignità e amore per la vita. È lo stesso filo che oggi, in un tempo di dolore e di guerra, lega milioni di israeliani a un’unica preghiera: riportarli a casa.
Vivi o morti, non importa. Perché nel cuore d’Israele ogni vita ha valore, e ogni corpo è sacro.
Un popolo che non lascia indietro nessuno
Da mesi il Paese trattiene il respiro. Le immagini degli ostaggi, i volti dei caduti, le madri e i padri che attendono: tutto questo è diventato parte del ritmo quotidiano della nazione.
Ma dietro alla forza di questa attesa c’è molto più di un sentimento umano. C’è un dovere antico, radicato nella Torah e nel cuore dell’identità ebraica: nessuno deve restare indietro.
Non è solo una promessa dell’esercito israeliano — è un principio che affonda le radici nella fede. Ogni israeliano sa che se cade, se viene rapito, se scompare, lo Stato e il popolo intero si muoveranno per lui. È una certezza assoluta, la traduzione moderna di un comandamento millenario.
Il valore sacro del corpo umano
Nell’ebraismo il corpo non è un semplice involucro: è parte integrante della santità dell’essere umano, creato “a immagine di Dio” (Tzelem Elohim).
Per questo la Torah ordina: “Non lasciare il corpo senza sepoltura, ma seppelliscilo lo stesso giorno” (Deuteronomio 21:22–23). Anche chi è stato giustiziato o ha commesso peccati gravi ha diritto alla sepoltura. È una legge che afferma, con forza, che la dignità umana non può essere cancellata neppure dalla morte.
Questo precetto è conosciuto come Kevurat Hamet, il dovere di seppellire i morti con onore. È un gesto di rispetto verso il defunto, ma anche verso D-o, perché riconosce il valore della vita che Egli ha creato.
Nessuna guerra, nessuna ideologia, nessun nemico può cancellare questo principio.
Ecco perché Israele non si arrende finché non riporta a casa anche i corpi dei suoi caduti o dei suoi ostaggi uccisi.
È un imperativo morale, un atto di fede e di pietà insieme.
“Pidyon Shvuyim”: la più grande delle mitzvot
Accanto a questo precetto c’è un altro principio fondamentale: Pidyon Shvuyim, la redenzione dei prigionieri. Il Talmud lo definisce “la più grande di tutte le mitzvot” (Bava Batra 8b), perché ogni momento di prigionia è un grido di sofferenza che l’intera comunità deve ascoltare.
Nel corso dei secoli, le comunità ebraiche hanno raccolto somme enormi per riscattare prigionieri, spesso mettendo a rischio la propria sicurezza pur di salvare una vita.
Oggi questo principio si estende anche a chi non è più vivo: riportare indietro i corpi è parte della stessa mitzvà.
Non è solo una questione politica o diplomatica, ma una responsabilità spirituale verso chi non può più parlare.
Ogni madre israeliana che chiede di riavere il figlio non chiede vendetta: chiede giustizia sacra. Chiede di poter dire il Kaddish, la preghiera per i defunti.
Chiede di poter chiudere un cerchio che, finché il corpo resta nelle mani del nemico, non può essere completato.
La ferita aperta delle famiglie
Per le famiglie, la mancanza del corpo è una ferita che non guarisce.
Nell’ebraismo, il lutto non può iniziare finché non c’è la certezza della morte o un corpo su cui pregare.
Senza sepoltura non c’è Shiv‘à, non c’è Kaddish, non c’è pace.
È come se l’anima del defunto restasse sospesa, e con lei quella dei suoi cari.
Ecco perché ogni restituzione, anche solo di resti, anche solo di un frammento, viene accolta in Israele con lacrime e rispetto.
Ogni bara avvolta nella bandiera bianca e blu non è solo un corpo che torna: è un pezzo di nazione che rientra nel suo cuore.
Una promessa che attraversa le generazioni
Dalla Bibbia fino all’esercito moderno, l’impegno è lo stesso: “Nessuno verrà lasciato indietro.” Israele lo ha dimostrato più volte, anche pagando prezzi altissimi.
Perché in un mondo che spesso misura il valore della vita in numeri o in rapporti di forza, Israele continua a credere che una sola vita valga l’universo intero.
Questa convinzione non è debolezza: è ciò che distingue chi difende la vita da chi la disprezza.
E nel riportare i propri figli a casa, Israele riafferma la sua essenza più profonda: la fedeltà alla vita, alla dignità, alla memoria.
Riportarli a casa, sempre
In un tempo in cui la guerra tenta di spegnere l’umanità, Israele continua a scegliere la via più difficile ma più giusta: non dimenticare nessuno. Ogni nome, ogni corpo, ogni anima conta.
Perché nella tradizione ebraica, chi salva o onora anche una sola vita, salva un intero mondo.
E così, finché tutti non saranno tornati, vivi o morti, Israele continuerà a cercarli, a piangerli, a riportarli a casa.
Perché questo non è solo un dovere nazionale:
è una promessa fatta a Dio, alla storia e al cuore del popolo ebraico.

