Un recente rapporto del centro di ricerca della Knesset Research and Information Center evidenzia una drammatica tendenza nell’IDF. Tra gennaio 2024 e luglio 2025 sono stati registrati 279 tentativi di suicidio tra soldati in servizio attivo, compresi riservisti.
I dati mostrano che per ogni morte per suicidio ce ne sono circa sette tentativi. Inoltre, il rapporto rileva che nel 2024 ben il 78% delle morti per suicidio tra militari riguardava soldati in unità combattenti, una percentuale in forte aumento rispetto al passato.
Il rapporto include solo chi era in servizio al momento del tentativo o della morte: carriera, servizio obbligatorio o riserva attiva. Non vengono conteggiati i veterani che hanno terminato il servizio terrestre prima dell’evento. I dati utilizzati provengono in gran parte dal Servizio di Salute Mentale del Corpo Medico dell’IDF.
Il forte aumento dei casi si associa alla mobilitazione massiccia conseguente all’attacco del 7 ottobre 2023, quando centinaia di migliaia di riservisti sono stati richiamati in servizio attivo.
L’IDF ha già annunciato un potenziamento dei servizi di salute mentale: hotline attive H24, più ufficiali di benessere psicologico nelle unità, e maggiore formazione per i comandanti nel riconoscere segnali di crisi.
Tuttavia, il rapporto sottolinea che il problema è sistemico: ambienti ad alta pressione, combattimenti prolungati, traumi diretti e indiretti, riservisti che tornano più volte in prima linea o con poca pausa, tutto ciò contribuisce a stress e depressione. Gli esperti militari e civili avvertono che numeri come questi non si possono ignorare o minimizzare. Dietro ogni statistica c’è un giovane, figlio, marito/sposa, collega, una casa che attende. Come ha sottolineato un ufficiale: “La salute mentale è una priorità strategica. Non possiamo lasciare nessuno solo.”
Non è solo una questione di numeri, ma di morale e di dignità nazionale: lo Stato d’Israele deve curare chi lo difende, in guerra e dopo.

