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Cosa sta succedendo in Iran ?

Israele monitora da vicino le proteste anti-regime in Iran, mentre cresce l’incertezza su stabilità interna e possibili ripercussioni sul conflitto Iran e Israele, ma cosa sta succedendo in Iran ?

Israele sta monitorando con grande attenzione l’ondata di proteste per cosa sta succedendo in Iran, con analisti e funzionari che definiscono gli eventi attuali «uno dei momenti più significativi di insurrezione sociale dal 1979». Le manifestazioni, caratterizzate da mobilitazioni di massa in diverse città iraniane, sono state descritte come un possibile punto di svolta nella stabilità del regime, ma al contempo espongono la regione a rischi di escalation in un fragile contesto geopolitico che comprende il prolungato conflitto Iran e Israele.

Le proteste sono esplose in numerose aree urbane, coinvolgendo cittadini di diverse classi sociali e religiose, e hanno assunto una portata e un livello di organizzazione finora inediti. Per la prima volta, esponenti come il principe ereditario in esilio Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, appaiono come figure di riferimento per i manifestanti. Le richieste esposte nelle piazze non si limitano a obiezioni a singole politiche governative, ma includono apertamente richieste di cambiamento di regime, con inviti alla restaurazione della monarchia.

Questa ondata di dissenso si distingue nettamente da proteste precedenti, come quelle connesse alla morte di Mahsa Amini nel 2022, per la scala geografica dei cortei, la frequenza delle mobilitazioni e l’apparente superamento della paura tradizionale verso le autorità. Le manifestazioni sono diffuse non solo nelle grandi metropoli come Teheran, Mashhad e Qom, ma anche in città di media e piccola dimensione, segno della profondità del malcontento.

La reazione del regime iraniano è stata immediata e dura, con un blackout totale di internet e delle linee telefoniche in vaste zone del paese per diversi giorni. La censura digitale è stata accompagnata da misure repressive e arresti, mentre nei social media iniziano a circolare testimonianze, foto e video diffusi tramite reti alternative o infrastrutture satellitari, che mostrano scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Le autorità iraniane hanno giustificato il blocco dei servizi di comunicazione come necessario per «mantenere l’ordine», ma critici internazionali sostengono che tali tattiche servano principalmente a nascondere violenze e violazioni dei diritti umani.

Funzionari israeliani, pur mantenendo una posizione ufficialmente cauta, hanno espresso grande interesse per gli sviluppi in Iran. Secondo esperti di affari iraniani, Israele ritiene che l’instabilità interna a Teheran rappresenti un elemento di rischio ma anche, potenzialmente, un’opportunità politica se la pressione interna dovesse indebolire il regime attuale. Tuttavia, la leadership a Tel Aviv evita dichiarazioni pubbliche che possano essere interpretate come ingerenza o come appoggio diretto alle proteste, data la delicatezza del conflitto Iran e Israele e la paura di provocare una reazione incontrollata.

Le prospettive geopolitiche sono complesse. I governi occidentali, inclusi gli Stati Uniti, hanno osservato con preoccupazione la situazione, temendo che un’escalation possa avere ripercussioni nella regione più ampia, specialmente se altri attori esterni dovessero intervenire. C’è anche una crescente speculazione su come la leadership di Washington possa rispondere se le proteste dovessero essere brutalmente stroncate: minacce pubbliche contro potenziali violenze sono state già espresse da figure politiche di rilievo.

Le tensioni interne all’Iran si riflettono anche nell’ambito mediatico: messaggi minacciosi sono stati inviati a cittadini israeliani in lingua inglese approssimativa, letti come potenziali segnali di minaccia o influenza esterna. Autorità nazionali israeliane, tra cui la Direzione Nazionale per la Cyber Sicurezza, hanno etichettato tali messaggi come campagne di spam e hanno invitato il pubblico a ignorarli, ma il fenomeno ha alimentato ulteriore apprensione tra la popolazione.

Dal canto suo, il regime iraniano ha risposto alle proteste con una retorica fortemente repressiva. Il capo della magistratura ha dichiarato che chiunque partecipi alle manifestazioni rischia la pena di morte, e il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha annunciato tolleranza zero verso i dimostranti. Inoltre, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche è stato incaricato di guidare la repressione, segnando un’escalation rispetto alle operazioni di controllo del passato, che solitamente coinvolgevano forze di sicurezza interne e milizie volontarie.

L’esperto di sicurezza Raz Zimmt, dell’Institute for National Security Studies, ha commentato che questa ondata di proteste potrebbe essere definita un “momento rivoluzionario prolungato”, con diversi possibili scenari futuri: da una repressione relativamente efficace che riporti ordine in Iran, a una crescente diffusione delle proteste che possa minacciare la stabilità del regime stesso, portando anche a cambiamenti politici profondi nel lungo periodo.

Per ora, Israel rimane vigile, bilanciando l’analisi del rischio con la prudenza pubblica, e resta da vedere se ciò che sta accadendo in Iran possa in qualche modo influenzare le dinamiche già tese della regione e il futuro del conflitto Iran e Israele, in un periodo in cui ogni trasformazione interna a Teheran può avere effetti di vasta portata geopolitica.

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