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Cresce il boicottaggio dei prodotti israeliani in Europa

Cresce il boicottaggio dei prodotti israeliani in Europa: anche la Germania vacilla. Pressioni politiche e disinformazione danneggiano gli agricoltori israeliani

Negli ultimi mesi, diversi agricoltori ed esportatori israeliani stanno denunciando un preoccupante allontanamento dell’Europa dai prodotti agricoli provenienti da Israele. Il fenomeno, inizialmente limitato a Paesi già critici nei confronti dello Stato ebraico, si sta ora estendendo anche a nazioni considerate tradizionalmente amiche, come la Germania.

Tutto è cominciato con la decisione delle catene Co-op nel Regno Unito e in Italia di interrompere la vendita di prodotti israeliani. A ruota, sono arrivate pressioni più silenziose ma altrettanto efficaci da parte di grandi catene come Aldi Germania, Waitrose nel Regno Unito e persino alcuni rivenditori giapponesi. Dietro motivazioni ufficiali come la “disponibilità di prodotto locale”, si nasconde spesso una chiara intenzione politica influenzata dalla campagna anti-israeliana alimentata da organizzazioni vicine al movimento BDS e da una copertura mediatica tendenziosa.

Un esportatore di patate ha raccontato che, solo nelle ultime due settimane, ha sentito con maggiore insistenza voci di boicottaggio provenienti dalla Germania. Aldi, in particolare, avrebbe fatto di tutto per evitare nuovi ordini. Un altro agricoltore spiega che, pur vendendo i propri prodotti a ditte di confezionamento tedesche da anni, ora gli viene detto che è difficile esporre in scaffale un prodotto con la scritta “Made in Israel” quando i giornali parlano di “genocidio”. Eppure, continua, i compratori tedeschi, almeno per ora, stanno rispettando gli impegni presi.

Ofer Levin, altro esportatore, conferma che negli ultimi mesi si è registrato un cambiamento evidente nel clima nei confronti dei prodotti israeliani in Germania, spinto dal sentiment popolare legato al conflitto in corso con Hamas. Anche se ufficialmente Aldi parla di “produzione locale”, in realtà ha già fatto sapere che non intende più acquistare merce israeliana.

Il boicottaggio vero e proprio è iniziato in Belgio, dove le regole europee obbligano i negozi a mostrare chiaramente il Paese d’origine. In quel contesto, i prodotti israeliani sono stati rifiutati dai consumatori, a eccezione di quelli confezionati in modo tale da nascondere l’origine, una prova evidente del fatto che si tratta di una questione puramente politica. Levin spiega che anche Svezia, Norvegia e Irlanda hanno ormai abbandonato i prodotti israeliani, con la Norvegia che da mesi ha bloccato l’accesso delle merci israeliane ai propri mercati.

Il mercato tedesco resta comunque il più importante per le patate israeliane. Kaufland, ad esempio, offre loro uno spazio esclusivo sugli scaffali per due mesi all’anno. Ma anche qui si teme che la prossima stagione possa saltare, lasciando il posto a prodotti egiziani. E non è una questione di qualità: è politica.

Lidl in Francia ha cancellato i programmi con Israele, e anche se il mercato francese è marginale, l’impatto simbolico è forte. L’opinione pubblica europea conta sempre di più. Un esportatore di avocado, agrumi e peperoni che vende anche alle filiali Co-op in Europa occidentale racconta che già da un anno sente aria di cambiamento. Prima era tutto sottotraccia, oggi è più aperto. La pressione si avverte ovunque: in Europa occidentale, centrale e orientale, persino in Russia. L’Est Europa resta più stabile, ma anche mercati lontani come Stati Uniti, Canada e Giappone iniziano a mostrare segnali d’allerta.

Un cliente giapponese ha persino suggerito di fare attenzione con le spedizioni, perché la percezione dei prodotti israeliani nella società nipponica sta diventando “problematic”. Yaniv Yablonka, CEO di Yapro, che esporta 50.000 tonnellate di patate l’anno in 11 Paesi europei, spiega che solo la Co-op dichiara apertamente il boicottaggio. Le altre catene preferiscono lavorare dietro le quinte: chiedono agli imballatori di evitare i prodotti israeliani per non attirare proteste. Dopo l’operazione “Defensive Shield”, Yablonka si era rivolto all’ambasciata israeliana a Londra per contrastare il boicottaggio. All’epoca, Co-op aveva fatto marcia indietro. Oggi, invece, hanno più alternative e meno interesse a collaborare con Israele.

Il nuovo annuncio di Co-op UK e Co-op Italia, che non venderanno più prodotti israeliani come tahina Achva o bottiglie SodaStream, ha riacceso l’attenzione mediatica. Secondo Yablonka, il boicottaggio era già nell’aria prima del 7 ottobre. Aveva incontrato un buyer della Co-op Norvegia il 5 ottobre 2023, e due settimane dopo l’accordo era già stato cancellato.

La Svizzera, ad esempio, ha interrotto gli acquisti israeliani da cinque o sei anni. Ogni volta che c’è un’operazione militare in Gaza, scatta l’allarme: Cast Lead, Pillar of Defense, Protective Edge, ogni volta gli agricoltori israeliani subiscono le conseguenze. E i mercati peggiori sono proprio Belgio, Norvegia e Irlanda. Yablonka racconta di aver cancellato tutti gli ordini di semi per questi Paesi l’8 ottobre 2023, consapevole che sarebbero saltati. In Irlanda, ad esempio, gli agrumi e i ravanelli sono tra i prodotti più colpiti.

Nel Regno Unito, fino a poco tempo fa, tutto era relativamente tranquillo. Ma in Irlanda sono stati segnalati eventi BDS in cui venivano gettati prodotti israeliani davanti ai negozi. In Norvegia, nel 2024, non è stato venduto nemmeno un chilo di merce, nonostante ci fosse richiesta. Gli imballatori spiegano chiaramente: “Il prodotto è ottimo, ma le catene non lo vogliono.”

Nemmeno la provenienza da zone riconosciute dello Stato di Israele, come il sud del Paese, serve a tranquillizzare i compratori. Alcuni agricoltori tengono sempre pronta una cartella con mappe ONU e coordinate GPS per dimostrare la provenienza “incontestabile” dei propri prodotti. Ma non sempre basta.

La Spagna, al momento, continua ad acquistare. È il mercato principale da due anni a questa parte, con condizioni molto favorevoli per gli agricoltori. Ma anche qui, l’atmosfera è fragile. Basta un cambio di linea da parte di un buyer, e tutto può cambiare. Il trucco, spesso, è vendere in bulk senza etichette visibili, così si “aggira” il problema.

Infine, anche la situazione geopolitica generale peggiora le cose. Durante l’attacco iraniano dell’aprile scorso, una nave diretta a Rotterdam e Regno Unito ha abbandonato il carico nel porto di Ashdod per motivi di sicurezza. Inoltre, le zone agricole nel sud di Israele, vicino a Gaza, stanno lavorando al 50% della capacità, e alcuni agricoltori hanno già gettato la spugna. Il boicottaggio rischia di essere il colpo di grazia: chi lavora in agricoltura è vulnerabile, e l’origine del prodotto è ben visibile.

Israele sta affrontando non solo una guerra sul campo, ma anche una battaglia economica e di immagine. Sostenere i suoi agricoltori non è solo un gesto commerciale, ma un atto di solidarietà e verità.

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