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Rinascita dalla cattività: il dolore e la speranza degli ostaggi liberati

Sei ostaggi, tenuti prigionieri per oltre 500 giorni, sono tornati alle loro famiglie dopo un incubo segnato da catene, fame e torture psicologiche. La crudele prigionia inflitta dai terroristi di Hamas ha lasciato cicatrici indelebili, ma il ritorno di questi uomini testimonia, al contempo, la forza e la resilienza dello spirito umano.

Il rilascio, frutto del primo stadio di un complesso accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ha visto il rilascio di sei ostaggi, tra cui Tal Shoham, Omer Shem Tov, Omer Wenkert ed Eliya Cohen. Questi quattro, rapiti il 7 ottobre 2023 – che ha provocato la morte di circa 1.200 persone e il rapimento di 251 israeliani – sono stati tenuti in condizioni disumane a Gaza: imprigionati in tunnel bui, legati con catene che hanno provocato ferite e costretti a subire una fame forzata. In una crudele dimostrazione di potere, Hamas ha esibito cinque dei sei prigionieri in cerimonie di propaganda in due località diverse della Striscia di Gaza, prima di consegnarli alla Croce Rossa. Un ulteriore ostaggio, Hisham al-Sayed, è stato rilasciato separatamente, senza alcuna cerimonia, lasciando trasparire lo stato di shock e distruzione in cui si trovava dopo quasi dieci anni di prigionia.

Le testimonianze degli ostaggi liberi raccontano di sofferenze inimmaginabili. I prigionieri sono stati tenuti in isolamento, costretti a vivere in tunnel privi di luce, dove solo occasionali fasci di luce di una torcia rompevano l’oscurità. Le condizioni di deprivazione, unite alla fame e al maltrattamento fisico, hanno segnato profondamente non solo il corpo ma anche la mente di chi vi è stato sottoposto. Tra le vittime, Omer Shem Tov, rapito durante il festival musicale Nova, è stato costretto a vivere quasi interamente da solo in un tunnel per circa 450 giorni, dopo i primi 50 giorni trascorsi insieme a un compagno, Itay Regev – il quale sarebbe stato poi liberato nel novembre 2023. Il giovane, pur purtroppo segnato da una drastica perdita di peso, è tornato ai suoi cari conservando quella scintilla di umanità che lo rende “Omer, il divertente e l’ottimista”. Tuttavia, la sua testimonianza rivela anche l’umiliazione subita: durante la cerimonia di rilascio fu costretto a salutare e persino a baciare un terrorista di Hamas, un gesto imposto e ripreso in video a scopo propagandistico.

Tal Shoham e Omer Wenkert, compagni di prigionia per circa otto mesi, hanno condiviso esperienze simili: imprigionati in tunnel umidi, senza distinzione tra le stagioni, hanno subito la fame e gli abusi fisici. Curiosamente, i rapitori, nel tentativo di mascherare l’effetto della loro brutalità, li hanno ingrassati artificialmente poco prima del rilascio, così da mitigare l’aspetto emaciato dei prigionieri. Per Wenkert, il desiderio più immediato dopo la liberazione è stato quello di accendere una sigaretta, simbolo di un attimo di normalità dopo 500 giorni di sofferenza. Eliya Cohen, anch’egli rapito durante il festival, ha vissuto una prigionia condivisa con altri compagni, subendo violenze fisiche che lo hanno portato a riportare tagli aperti sulle mani e sulle gambe, conseguenza delle costrizioni. Il ritorno alla luce ha portato anche un dolore aggiuntivo: ha appreso solo al momento del rilascio che la sua fidanzata, Ziv Abud, era sopravvissuta al massacro dell’7 ottobre, mentre il suo migliore amico era stato ucciso quel giorno.

Una delle pagine più crudeli di questa vicenda è rappresentata dall’obbligo imposto ad alcuni ostaggi di assistere alle cerimonie di rilascio dei compagni. In un video diffuso da Hamas, due prigionieri, Eviatar David e Guy Gilboa-Dalal, sono stati mostrati all’interno di un veicolo posizionato vicino al palco, mentre sullo sfondo venivano liberati altri tre ostaggi. Questo video, che ha rappresentato la prima apparizione pubblica di David da quando fu rapito il 7 ottobre 2023 e la prima testimonianza visiva di Gilboa-Dalal da giugno 2024, è stato oggetto di una feroce condanna. La sorella di David ha definito i responsabili “mostri”, sottolineando la profondità della crudeltà e il cinismo dei terroristi, capaci di infliggere ulteriore dolore costringendo gli ostaggi a guardare il rilascio dei loro compagni. Il gesto di costringere i prigionieri a subire tali indignità esemplifica la brutalità di Hamas, che non ha esitato a utilizzare ogni mezzo per umiliare le sue vittime e dimostrare il proprio potere.

Non tutti gli ostaggi erano giovani soldati o partecipanti a festival musicali. Alcuni, come Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, sono stati detenuti da quasi dieci anni. Entrambi, pur essendo entrati nella Striscia di Gaza volontariamente in passato, per ragioni legate a problemi psichici, hanno subito una trasformazione devastante durante il loro periodo di prigionia. Mengistu, rapito nel 2014 dalla spiaggia di Zikim, ha trascorso 3.821 giorni in cattività. Pur apparendo in apparenza in condizioni fisiche abbastanza buone durante la cerimonia di rilascio, i suoi familiari hanno descritto il suo stato come estremamente compromesso, quasi non rispondente alla realtà. Dopo il rilascio, il Primo Ministro Netanyahu si è preso personalmente cura di lui, esprimendo un commosso abbraccio a distanza e promettendo un supporto continuo nel percorso di riabilitazione. Al contrario, Hisham al-Sayed, un israeliano beduino rapito nel 2015, è stato descritto come “distrutto, emotivamente e cognitivamente”. Un video rilasciato da Hamas nel 2022 aveva già mostrato al-Sayed in condizioni critiche, collegato a una macchina per l’ossigeno e visibilmente debilitato. Al suo ritorno, la sua famiglia ha testimoniato una condizione quasi irreversibile, definendo il suo aspetto come quello di chi ha vissuto anni in un vero e proprio campo di tortura. Il lungo periodo di isolamento e maltrattamenti ha lasciato in entrambi i casi un’impronta indelebile, rendendo la loro riabilitazione una sfida tanto medica quanto psicologica.

Le reazioni delle famiglie dei prigionieri sono state piene di dolore e, al contempo, di una speranza fragile. Molti hanno espresso incredulità e rabbia di fronte alle immagini crude trasmesse dai terroristi, mentre altri hanno ringraziato il governo per aver lavorato instancabilmente per riportare i loro cari a casa. Il Primo Ministro Netanyahu, in una conversazione telefonica con Mengistu, ha dichiarato: “Sono commosso, oggi l’intero popolo d’Israele abbraccia te e la tua famiglia. Ti prometto che faremo tutto il necessario per garantirti una riabilitazione completa.” Queste parole, pur cariche di empatia, nascondono la consapevolezza di una ferita che potrebbe richiedere anni per guarire. Il governo si è impegnato a lavorare senza sosta per il recupero non solo fisico ma soprattutto psicologico degli ostaggi, consapevole che ogni giorno di prigionia ha inflitto un danno irreparabile.

L’intera vicenda mette in luce la brutalità con cui Hamas ha trattato i prigionieri. L’uso della violenza fisica e psicologica, la costrizione a gesti umilianti e la perpetrazione di atti che trascendono ogni limite umano rappresentano un oscuro capitolo della storia recente, in cui la sofferenza individuale diventa strumento di propaganda e intimidazione. I racconti di questi uomini, testimoni silenziosi di orrori indicibili, evidenziano non solo il dolore delle vittime, ma anche la determinazione di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di lottare per la libertà. L’esperienza vissuta da ciascuno di loro è un monito contro la barbarie e un invito a non dimenticare, perché ogni vita recuperata è anche un segno di speranza per un futuro migliore.

Nonostante le cicatrici fisiche e psicologiche, il ritorno di questi ostaggi rappresenta un primo passo verso la riconquista della dignità e della normalità. La strada per la guarigione sarà lunga e irta di ostacoli, ma la resilienza dimostrata da chi ha vissuto questo inferno offre una luce in fondo al tunnel. Il sacrificio e la sofferenza di questi uomini non devono cadere nel silenzio della memoria: la loro liberazione è un segnale forte, che la comunità internazionale e il governo israeliano non smetteranno mai di lottare contro la violenza e l’oppressione. Il ricordo di ogni minuto trascorso nell’oscurità sarà trasformato in una spinta verso la giustizia e la libertà, affinché il male non possa mai più prevalere.

La storia di questi ostaggi ci ricorda che dietro ogni numero e ogni notizia ci sono vite umane, famiglie spezzate e un desiderio incommensurabile di tornare alla luce. Mentre il cammino della riabilitazione inizia, resta fondamentale il sostegno della società, che deve abbracciare questi eroi e aiutarli a ricostruire non solo il proprio corpo, ma anche lo spirito.

Il ritorno degli ostaggi da parte di Hamas, seppur segnato da gravi traumi, è una testimonianza del valore inestimabile della libertà e della forza umana di fronte alla crudeltà. Le immagini dei rilasci, con tutte le loro ferite aperte e i gesti imposti, rimarranno nella memoria collettiva come simbolo di un’ingiustizia che non può essere dimenticata. La speranza di una rinascita dopo anni di sofferenza è un messaggio potente: anche nelle tenebre più fitte, la luce della libertà riesce sempre a far breccia. Il cammino verso la guarigione sarà lungo e difficile, ma la determinazione di chi ha subito tanto, insieme all’impegno del governo e della società civile, potrà permettere a queste vittime di ritrovare una parvenza di normalità e di iniziare un nuovo capitolo di vita, segnato dalla volontà di non arrendersi mai.

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